Il volto giallastro, febbre alta e nausea, tanta nausea. Questi sintomi sono comparsi due settimane dopo una cena in un ristorante eritreo di Milano. Angelo Mazzone, 45 anni, di origine pugliese e fondatore di ’Milano Segreta’, canale social da cui dal 2014 racconta le bellezze della città lombarda, in pochi giorni si è ritrovato senza forze. Spaventato, solo una volta arrivato in Pronto soccorso ha potuto apprendere la diagnosi: epatite A. Il suo racconto è eloquente: “Ho iniziato ad avere nausea, prima leggera, poi sempre più̀ forte”.
Un malessere così marcato che l’ha obbligato a sottoporsi velocemente ad analisi: “In quel momento ho scoperto di aver contratto l’epatite A”, racconta Mazzone. Aggiungendo: “Sono dovuto andare in ospedale. La bilirubina era altissima. Mi sono spaventato: avevo gli occhi gialli. La nausea aumentava e mi girava la testa. Ero preoccupato”. Così i medici del Policlinico di Milano l’hanno subito ricoverato.
Il ricovero e la cura
In ospedale Mazzone è rimasto cinque giorni. L’epatite A è una patologia che richiede l’isolamento. E per lui questo si è rivelato tra gli aspetti più difficili da superare. “La degenza è durata il tempo necessario per consentire ai valori della bilirubina di stabilizzarsi – dice -. Per l’epatite A non esiste una cura specifica, solo riposo e idratazione. Ma è stato lo scoglio psicologico quello più duro da affrontare: “Veramente alienante – insiste -. Ero trattato come fossi un appestato”. E rievoca un’immagine costante: il contatto (l’unico) con gli infermieri, “bardati” che gli portavano pranzo e cena e gli inserivano la flebo. Un’esperienza che ha lasciato il segno nella mente e nel corpo: anche se Mazzone è tornato in palestra, non nasconde di essere affaticato. Senza contare il fatto che deve sottoporsi a controlli ogni 15 giorni per monitorare il fegato e i valori del sangue.
Cosa era accaduto due settimane prima
Il collegamento che il creator di ’Milano Segreta’ fa sull’origine della sua malattia è con una cena consumata 15 giorni prima in un ristorante eritreo di Milano. “Avevo mangiato degli involtini con verdure crude, mai assaggiate fino ad allora”, spiega. E azzarda: “Magari quelle verdure sono state conservate male. L’ospedale mi ha detto che avrebbero mandato i Nas”. Un episodio scatenante che l’ha portato poi a scegliere la cautela nella vita di tutti i giorni. Mazzone dice di cercare “di stare più attento rispetto a prima”. Precisando: “Al momento mi astengo dalla vita sessuale. Finché i valori non rientreranno totalmente nella norma, preferisco rinunciare. Spero di guarire in un paio di mesi, ma resta il timore di trasmettere l’infezione”. Per questo lancia un appello: “Vaccinatevi – esorta -. Io credevo di esserlo perché pensavo che l’epatite A rientrasse nel piano vaccinale obbligatorio, invece no. Questa infezione può essere pericolosa”.
Come ci si ammala di epatite A
A raccontare come in realtà non sia poi così difficile contrarre l’epatite A è l’infettivologo Matteo Bassetti. “Se si facesse più cultura sanitaria nelle scuole forse le persone eviterebbero questi problemi – avverte -. Parliamo di un’epatite alimentare, un’infezione epatica contagiosa che si prende per via oro-fecale, attraverso l’ingestione di acqua o cibo contaminati dal virus, o dallo stretto contatto con altre persone infette. Quindi, non solo mangiando frutti di mare in acqua contaminata, ma anche verdura cruda e pure per via sessuale”.
Dunque, una malattia infettiva acuta provocata da un virus (HAV) che si riproduce nelle cellule del fegato. L’HAV è un picornavirus ed è la causa più frequente di epatite virale acuta, malattia particolarmente frequente nei bambini e nei giovani adulti. Tra le vie che portano all’infezione, ci sono la manipolazione di cibo da parte di persone infettate a loro volta, che non si siano lavate con cura le mani, la contaminazione dell’acqua da bere, l’ingestione di frutti di mare o pesce contaminato dallo scarico delle fognature, il contatto sessuale, o comunque situazioni di promiscuità con persone infette. Alla diagnosi di epatite A si arriva attraverso esami del sangue o delle feci. “Il tempo di incubazione è compreso tra 7 e 14 giorni - prosegue Bassetti –. I sintomi sono febbre, ittero, stanchezza e aumento di transaminasi e bilirubina. Ma l’epatite A non cronicizza, anche se non è certo una passeggiata, visto che si prevede l’obbligo di notifica e isolamento”.
Come si interviene
La premessa è che non esistono trattamenti specifici per l’epatite A, ma nella grande maggioranza dei casi, la malattia recede spontaneamente in un paio di mesi. Come si può intervenire per evitare il contagio? È sempre Bassetti a parlare: “La verdura va lavata accuratamente, l’ideale è farlo utilizzando l’Amuchina perché ha la capacità di eliminare ogni pericolo. Ma, visto che il rischio, specie in estate è dietro l’angolo, dato l’aumento del consumo di verdure e pesce crudi, se ci si vuole proteggere e non avere problemi, il consiglio è quello di bollire gli alimenti fino al raggiungimento degli 85 gradi o, meglio ancora, di vaccinarsi. Se si pensa di essere a rischio è quest’ultima la vera soluzione”.