Un bambino di 18 mesi di Zungri, nel Vibonese, è morto all’ospedale di Catanzaro dopo un rapido aggravamento delle sue condizioni. Frequentava un asilo nido privato di Tropea e, insieme a lui, altri quattro piccoli della stessa struttura sono finiti in ospedale con sintomi analoghi: tre sono già stati dimessi, uno resta ricoverato. In tutto, una decina di bambini avrebbe accusato disturbi gastrointestinali. La Procura di Vibo Valentia ha aperto un’inchiesta e disposto il sequestro della salma e l’autopsia. L’ipotesi al vaglio è quella di un’infezione batterica, si parla di Clostridium difficile, ma al momento nulla è confermato.
Che cos’è la sepsi
Un episodio che riporta l’attenzione su una parola capace di spaventare qualunque genitore: sepsi. Per capire di cosa si tratti davvero, al di là del singolo caso di cronaca, ne abbiamo parlato con la dottoressa Maia De Luca, dell’Unità operativa di Malattie infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.
“La sepsi è una risposta immunitaria disregolata dell’organismo a un’infezione”, premette De Luca. Un’infezione che può essere sostenuta da diversi microrganismi, ma che nella grande maggioranza dei casi — soprattutto nei quadri più severi — è di natura batterica o virale.
Quando la reazione sfugge del tutto al controllo si entra nel territorio dello shock settico. “Se non trattato — avverte l’infettivologa — evolve verso un quadro di insufficienza multiorgano e, nei casi peggiori, verso la morte”.
Il paradosso: il pericolo non è (solo) il batterio
È qui che De Luca invita a spostare lo sguardo. Il danno, spiega, non dipende necessariamente dalla ferocia del germe: “Possiamo avere un’infezione da un patogeno che non è particolarmente aggressivo né particolarmente resistente. A essere responsabile del danno d’organo è la risposta immunitaria disregolata a quel patogeno”. Tradotto: è l’infiammazione innescata dal nostro stesso sistema immunitario a mettere in crisi gli organi. Ed è un meccanismo profondamente individuale. “A parità di condizioni, due bambini sani che incontrano lo stesso patogeno possono avere una risposta completamente diversa”, sottolinea la specialista. Uno può non avere conseguenze, l’altro sviluppa un quadro critico.
Come si arriva alla diagnosi
Non esiste un singolo esame che “certifichi” la sepsi. La diagnosi, chiarisce De Luca, nasce dall’incrocio di due binari: da un lato il quadro clinico, dall’altro gli esami di laboratorio. Servono indagini microbiologiche, le emocolture, per la componente batterica e accertamenti virologici, utili a escludere le forme di origine virale.
A orientare il clinico contribuiscono anche punteggi standardizzati. “Nel tempo sono stati identificati vari punteggi — ricorda l’infettivologa — l’ultimo risale al 2024 e si chiama Phoenix Sepsis Score”: uno strumento di supporto alla valutazione, non un verdetto automatico.
Quali batteri, in età pediatrica
I patogeni in gioco cambiano soprattutto in base alla fascia d’età e allo stato immunitario del bambino, spiega De Luca. In un piccolo con un difetto del sistema immunitario — primitivo, oppure secondario a terapie come i farmaci biologici o la chemioterapia — lo spettro dei germi possibili si allarga sensibilmente.
Nel bambino immunocompetente, invece, il quadro è più definito. “In Italia i patogeni più frequenti sono lo pneumococco e il meningococco”, indica la specialista, “seguiti da altri come lo Streptococcus pyogenes e l’Haemophilus influenzae”.
Le terapie
“Quando si tratta di una sepsi batterica, la forma più frequente nel bambino immunocompetente - precisa De Luca - il cardine è la terapia antibiotica ad ampio spettro, pensata per coprire il maggior numero possibile di patogeni in attesa dell’identificazione”. E “accanto all’antibiotico - prosegue l’infettivologa - corre la terapia di supporto: fluidoterapia e, nelle forme con compromissione emodinamica, farmaci che sostengono l’attività cardiaca e il circolo”.
La regola delle ore
Su un punto l’infettivologa non ammette sfumature: la terapia va avviata il prima possibile. “Le indicazioni dicono di iniziare entro tre ore e, nelle forme più gravi, entro un’ora”. È il vero fronte della partita. “Perché la sepsi - ricorda De Luca - non porta sempre alla morte: riconoscerla presto, avviare tempestivamente antibiotico e supporto e monitorare le funzioni d’organo può cambiare radicalmente la prognosi. Molto, in gran parte, si decide nelle prime ore”.