Animali in salute

Zecche, che malattie possono trasmettere: dati triplicati negli ultimi anni

Zecche, che malattie possono trasmettere: dati triplicati negli ultimi anni

Casi in aumento anche perché con le alte temperature questi parassiti sono presenti ormai per molti mesi all’anno. Le precauzioni, la prevenzione, le terapie

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Con l’allungarsi delle stagioni calde le infezioni trasmesse dalle zecche sono in aumento anche in Italia, e i reparti di malattie infettive se ne accorgono. Dalla malattia di Lyme all’encefalite da zecca, ecco che cosa si rischia, come si riconoscono le infezioni e come ci si cura, con l’occhio anche a un’infezione emergente, l’anaplasmosi, appena tornata sotto i riflettori da uno studio internazionale.

Un fenomeno in crescita

Che qualcosa stia cambiando lo si vede dagli ambulatori. “Le zecche, almeno nelle nostre zone, sono in enorme aumento”, racconta Guido Calleri, infettivologo, direttore della Struttura complessa di Malattie Infettive e Tropicali dell’ospedale Amedeo di Savoia di Torino. A crescere, con loro, sono le infezioni: “La malattia di Lyme sta aumentando in modo notevole. In ospedale la vediamo abbastanza spesso, in persone che hanno fatto trekking o anche solo passeggiate in montagna e sono state punte”.

I numeri della sorveglianza confermano la tendenza almeno per la forma più temibile, l’encefalite da zecca (TBE): i casi sono passati dai 21 del 2020 ai 67 del 2025, con ogni probabilità una stima al ribasso, perché vengono contati solo quelli segnalati o ricoverati.

Attenzione, però, a tradurre l’aumento delle infezioni in un’espansione certa dei parassiti. Qui invita alla prudenza Luciano Toma, entomologo e primo ricercatore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità: “In Italia non esiste un monitoraggio delle zecche, se non su scala puntiforme, perché è un’attività molto costosa. Non disponiamo di dati territoriali aggiornati: se le specie siano in espansione, stabili o in ritiro, non lo sappiamo”. Un indizio indiretto, aggiunge, arriva dal clima: con estati più lunghe e primavere più calde, e sapendo che “la gran parte delle specie predilige temperature superiori ai 25 gradi”, è ragionevole aspettarsi di trovarle più attive. Sullo sfondo, un dato europeo che spinge nella stessa direzione: nelle regioni endemiche i casi di TBE sono cresciuti di circa il 400 per cento in trent’anni.

Il ruolo di sentinella dell’Istituto Superiore di Sanità

In Italia la TBE è tra le arbovirosi sotto sorveglianza nazionale, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità con il Ministero della Salute e le Regioni, in un’ottica One Health che tiene insieme salute umana, animale e ambientale. Accanto a questa operano esperienze locali di sorveglianza attiva: in provincia di Belluno il progetto Monzec traccia la presenza del parassita anche tramite un’app, e nel 2025 ha rilevato che il 38 per cento delle zecche analizzate era positivo alla Borrelia della malattia di Lyme e l’1 per cento al virus della TBE.

Le aree più a rischio

Sul fronte dei casi l’epicentro italiano resta il Triveneto, con la provincia di Belluno come territorio più esposto: qui la TBE fu identificata per la prima volta in Italia nel 1994 e qui si trova l’Ospedale San Martino, centro di riferimento per queste patologie. Ma le mappe si stanno allargando: oltre a Friuli-Venezia Giulia e Veneto, gli esperti segnalano la Liguria e, più di recente, un aumento della malattia di Lyme in Piemonte.

Le due zecche di casa nostra

Sul chi trasmette cosa, l’entomologo dell’ISS distingue: “Le due specie più diffuse sono la zecca del cane, Rhipicephalus sanguineus, e la zecca dei boschi, Ixodes ricinus. La prima è associata ad ambienti caldo-aridi e scoperti — zone di steppa, animali da reddito o cani non trattati —, mentre la zecca dei boschi cerca ambienti boschivi e ombrosi e rifugge dalle zone assolate. Sono entrambe molto diffuse in Italia; la seconda è più presente nel Nord-Est”. È proprio la zecca dei boschi la protagonista sanitaria del Nord-Est, con un’area vastissima che, osserva Calleri, “parte dal Triveneto e arriva fino alla Mongolia e quasi al Pacifico, ma da questa parte non si è ancora spostata”.

Le malattie e come riconoscerle

La più frequente è la malattia di Lyme, una borreliosi. “Di solito compare qualche sintomo, normalmente una febbre, oppure una forma esantematica, una macchia sulla pelle — spiega Calleri —. Se la persona sa di essere stata punta da una zecca è relativamente facile pensarci e fare le ricerche specifiche, che sono esami sierologici, la ricerca degli anticorpi. In assenza di un’anamnesi di questo genere è più complicato, anche perché una febbre può essere mille cose”. Un aiuto viene dalla stagione: “Sono forme molto più frequentemente estive”, quando il caldo fa aumentare zecche e altri artropodi.

Il vero punto di attenzione è che l’infezione può presentare il conto molto tempo dopo. “La prima fase ha un’incubazione breve, una quindicina di giorni, con febbre ed esantemi che a volte vengono trascurati — avverte l’infettivologo —. Ma ci sono anche forme più fastidiose e pericolose, parlo soprattutto della malattia di Lyme, che possono interessare il cuore, il sistema nervoso e le articolazioni: possono comparire non subito, ma anche diversi mesi dopo il contagio”. Sono manifestazioni relativamente rare, ma è proprio la distanza dall’episodio iniziale a renderle insidiose.

Anaplasmosi, l’infezione emergente che può colpire il cuore

Tra le infezioni da tenere d’occhio c’è l’anaplasmosi, trasmessa dalla stessa zecca che veicola la malattia di Lyme e ancora poco conosciuta. A riportarla all’attenzione è un lavoro pubblicato sul Canadian Medical Association Journal (CMAJ) da un gruppo dell’Ottawa Hospital e dell’Università di Ottawa, guidato dall’internista Michael Quon: descrive il caso di un uomo di 79 anni con febbre, brividi e debolezza, che in ospedale sviluppa un basso numero di cellule del sangue, difficoltà respiratorie, un lieve danno renale e una miocardite, l’infiammazione del muscolo cardiaco. Trattato tempestivamente con la doxiciclina, si è ristabilito del tutto. Il messaggio degli autori ai medici è di pensarci di fronte a una febbre inspiegabile e di avviare presto la terapia, senza attendere la conferma di laboratorio.

La rickettiosi

In Italia, però, il fenomeno va inquadrato nelle giuste proporzioni. “È un’altra forma, una rickettsiosi, diversa dalla Lyme ma molto rara: noi qui non ne abbiamo viste — chiarisce Calleri —. Sono antropozoonosi, malattie che riguardano gli animali e solo occasionalmente l’uomo”.

Con un’avvertenza che invita a non abbassare la guardia: “Anche la malattia di Lyme è stata scoperta negli anni Ottanta negli Stati Uniti e oggi si è diffusa in tutto il mondo. Non è escluso che la stessa cosa accada anche per queste forme oggi “strane”, come l’ehrlichiosi e l’anaplasmosi”.

Le cure e come proteggersi

Sul fronte delle terapie, la distinzione decisiva è tra forme batteriche e virali. Per le forme batteriche, a partire dalla malattia di Lyme, il trattamento è risolutivo se avviato presto, e il farmaco di riferimento è l’antibiotico doxiciclina, spiega l’infettivologo. Diverso il caso delle forme virali: “L’encefalite da zecca non ha trattamenti specifici — osserva Calleri —: si fa un trattamento di supporto legato ai sintomi, nelle forme gravi anche di tipo rianimatorio. Per la TBE, però, esiste un vaccino: chi si reca in zone dove la malattia è presente, in montagna o in aree rurali per campeggio o trekking, può vaccinarsi, e le popolazioni che vivono in quelle aree vengono regolarmente vaccinate”.

La prevenzione

Resta la prevenzione, che parte da gesti semplici. “I repellenti a base di DEET o icaridina proteggono anche dalle zecche: meglio usarli con una concentrazione minima del 20 per cento, perché quelli più leggeri durano poco — raccomanda Calleri —. Poi coprirsi bene, tenendo conto che le zecche si attaccano soprattutto nelle zone più umide: le pieghe, le ascelle, l’inguine”. Il gesto più utile è al rientro: “L’ideale è fare una doccia e controllarsi con attenzione. Le zecche restano attaccate parecchio e, se devono trasmettere un’infezione, lo fanno al termine del loro pasto di sangue: se le si rimuove presto, di solito non trasmettono nulla”. Un invito, non un divieto: la montagna e i boschi restano un piacere, a patto di qualche precauzione.