Salute

Le storie di Sofia&Co, così si insegna il rispetto ai ragazzi

(Foto Unsplash- Joao Viegas)
(Foto Unsplash- Joao Viegas) 

L’obiettivo è fare la cosa giusta senza ferire i propri coetanei. Il libro dello psicoterapeuta Giuseppe Lavenia indica che strada seguire

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Sofia scopre un profilo falso costruito con il suo nome e una fotografia, accompagnato da contenuti sessualizzati. Si vergogna e si chiude in camera. Teme lo sguardo dei compagni, anche se non ha fatto nulla. Edo, invece, arriva a scuola senza merenda. Teo prova ad aiutarlo organizzando una colletta davanti a tutti, ma finisce per esporre la sua difficoltà. Samir intuisce il suo imbarazzo e gli propone in privato metà della propria focaccia in cambio dei suoi grissini. Due storie che mostrano come anche un gesto fatto per scherzo o con buone intenzioni possa ferire, se non teniamo conto di ciò che prova l’altro. Parla di rispetto e di come spiegarlo ai giovani, l’ultimo libro dello psicoterapeuta Giuseppe Lavenia: Il patentino del rispetto, come fare la cosa giusta. Una guida chiara, piena di esempi, che attraverso dieci storie di vita quotidiana descrive casi di bullismo, di immagini utilizzate per umiliare ragazzine, di commenti sgradevoli e di quelle piccole violenze quotidiane che fanno star male.

Professor Lavenia, si può insegnare il rispetto ai ragazzi? A che età conviene iniziare e c’è un limite d’età?

"Il rispetto si insegna prima ancora che un bambino sappia pronunciarne la parola. Lo apprende osservando come gli adulti accettano un ‘No’, trattano chi è più fragile e riconoscono i propri errori. Non è mai troppo tardi, nemmeno nell’adolescenza, ma le prediche servono poco. Contano l’esempio e la possibilità concreta di rimediare quando si sbaglia”.

Come descriverebbe il rispetto?

"La parola rispetto viene dal latino respicere, guardare con attenzione. Significa accorgersi che davanti a noi c’è una persona con una dignità, dei confini e il diritto di essere diversa. Si può discutere, dissentire e perfino arrabbiarsi senza umiliare. Il rispetto comincia quando smettiamo di considerare l’altro una comparsa nella nostra vita”.

Da ragazzini in molti siamo stati tutti bulli o vittime di bullismo. Cosa va capito per non ferire l’altro?

"Non siamo stati tutti bulli o vittime, ma a molti è capitato di ferire qualcuno o di ridere mentre veniva umiliato. Il bullismo nasce quando l’aggressione si ripete e il rapporto di forza è sbilanciato. Per cambiare bisogna smettere di rifugiarsi nello “stavo scherzando” e riuscire finalmente a vedere ciò che quel comportamento ha provocato nell’altro”.

Cosa insegna la storia di Sofia, vittima di un profilo fake?

“Sofia ci insegna che online non esistono ferite virtuali. Usare il nome e la fotografia di una ragazza significa sottrarle il controllo della propria identità. Lei arriva perfino a sentirsi colpevole, ma la vergogna appartiene a chi ha creato e alimentato quel profilo. Anche guardare, seguire o inoltrare contribuisce alla violenza”.

LA RUBRICA – Sguardi di Giuseppe Lavenia

Quando l’ironia può fare male? Come distinguere una battuta da un’offesa?

"Una battuta dovrebbe far ridere anche chi la riceve. Se tutta la classe ride dell’accento calabrese di una ragazza mentre lei abbassa gli occhi e vorrebbe scomparire, non è più ironia. Il confine si vede dalla reazione dell’altro, non dalle intenzioni di chi parla. E quando qualcuno chiede di smettere, si smette senza accusarlo di essere permaloso”.

Nell’episodio della merenda si insegna che si può aiutare senza far vergognare.

"Il punto non è soltanto offrire una merenda a Edo, ma il modo in cui lo si fa. Teo rende pubblico il suo bisogno e la parola “povero” lo fa sentire ancora più piccolo. Samir gli propone invece, con naturalezza e in privato, di condividere la focaccia. Aiutare davvero significa proteggere anche la dignità di chi riceve”.

Possiamo dare qualche consiglio pratico ai ragazzi per spiegare loro le regole del rispetto?

"Prima di pubblicare la foto di qualcuno si chiede il permesso e una confidenza si custodisce. Se una persona dice basta, non deve essere costretta a giustificarsi. Quando il gruppo prende di mira qualcuno, rispettarlo significa non ridere e non restare a guardare. Se sbagliamo, alle scuse deve seguire un gesto concreto che ripari il danno”.