Perché mettiamo uno schermo nelle mani dei bambini sempre prima? Mentre discutiamo dell’età in cui consentire l’accesso ai social, vorrei che trovassimo il coraggio di fermarci su questa domanda. Un bambino di due anni non conosce le piattaforme, non teme di essere escluso dalla chat dei compagni, non chiede di avere un profilo. Il telefono arriva attraverso di noi. Qualche volta per intrattenerlo, altre per riuscire a finire una conversazione, mangiare, respirare dentro giornate faticose. Sono esigenze comprensibili, che meritano ascolto. Proprio per questo dovremmo chiederci che cosa stia accadendo agli adulti, se per trovare qualche minuto di sollievo sentiamo sempre più spesso il bisogno di affidare l’attenzione dei figli a uno schermo.
Meloni e il divieto sotto i 14 anni
L’apertura di Giorgia Meloni al divieto dei social sotto i quattordici anni, espressa a Repubblica, rappresenta finalmente un messaggio importante. I social non sono uno spazio per bambini e una responsabilità pubblica su questo tema è necessaria. Personalmente porterei la soglia a sedici anni. Vorrei però che questa scelta nascesse da un progetto educativo capace di accompagnare la crescita, senza esaurirsi nella risposta all’ultimo fatto di cronaca.
La politica si occupi dell’infanzia
L’infanzia ha bisogno di una politica che se ne occupi anche quando non provoca allarme. Nell’indagine “Bambini Digitali”, condotta dall’associazione Di.Te. con SIPEC su 6.666 famiglie, il 41,5% dei bambini comincia a usare smartphone o tablet tra i due e i tre anni. Nella fascia da zero a sei anni il 61,4% utilizza uno schermo ogni giorno e nell’81% dei casi lo usa da solo. Sono dati che interrogano le abitudini delle famiglie coinvolte e ci chiedono di intervenire molto prima dell’adolescenza.
Quando a quattordici anni proviamo a introdurre un limite, possiamo trovarci davanti a una consuetudine costruita lungo quasi tutta l’infanzia. Penso alla fatica di un genitore davanti al pianto del proprio bambino, soprattutto quando è stanco e nessuno può dargli il cambio. Il video funziona, il bambino si quieta, la giornata riprende. È facile tornarci. Eppure, crescendo, quel bambino avrà bisogno anche di imparare ad aspettare, attraversare una delusione, trovare qualcosa da fare quando si annoia. Sono esperienze nelle quali la presenza adulta conta, e che diventano difficili da accompagnare quando gli adulti sono a loro volta esausti, preoccupati, soli.
I genitori
Continuare a chiedere ai genitori di essere più competenti senza occuparsi delle condizioni in cui crescono i figli significa lasciare intatto il problema. Per questo propongo che tra i quattordici e i sedici anni si frequenti un percorso obbligatorio per ottenere il Patentino Digitale a punti, necessario per accedere ai social e nell’intelligenza artificiale. Due anni di lavoro sul funzionamento degli algoritmi, sulla privacy, sul consenso, sul cyberbullismo e sulle conseguenze delle proprie azioni.
Le conseguenze delle azioni
Il percorso dovrebbe prevedere una valutazione finale e un sistema nel quale le violazioni comportino la perdita di punti, recuperabili attraverso formazione e attività di riparazione. Chi ha ferito qualcuno deve essere aiutato a comprendere ciò che ha fatto e ad assumersene la responsabilità. Una parte del percorso va riservata esclusivamente ai genitori, perché possano confrontarsi e sottoscrivere accordi educativi tra famiglie, condivisi con la scuola. Tempi di utilizzo, accesso ai dispositivi, rispetto delle immagini altrui devono trovare una coerenza nei luoghi in cui i ragazzi crescono.
Giuseppe Lavenia è psicologo, psicoterapeuta e docente universitario. Da oltre vent’anni si occupa di adolescenza, relazioni, benessere psicologico e impatto delle tecnologie sulla vita quotidiana. Ha fondato l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.)
Come usiamo il cellulare davanti ai bambini
Dietro quel “ce l’hanno tutti” che tante famiglie conoscono c’è anche il timore, molto concreto, di lasciare il proprio figlio fuori dal gruppo. Gli accordi servono a rendere sostenibili scelte che, affrontate da soli, possono sembrare impossibili. E devono interrogarci anche sull’uso che facciamo noi del telefono quando siamo con loro.
Tutto questo richiede fondi per la genitorialità, consulenze accessibili, formazione e continuità nelle scuole. Richiede inoltre di restituire ai ragazzi luoghi di incontro, attività sportive e culturali economicamente accessibili, spazi nei quartieri dove poter stare insieme anche senza consumare qualcosa. Prima di rimproverare a un adolescente di passare il pomeriggio online, proviamo a guardare che cosa trova fuori dalla porta di casa. Un divieto può proteggerlo da un’esperienza prematura; per aiutarlo a crescere dobbiamo anche fare in modo che, fuori da quello schermo, ci siano persone e luoghi che lo aspettano.