LE RISSOSE vicende sanitarie,e la sempre maggiore incidenza di “violenze ostetriche”,certamente a tutti note,che negli ultimi tempi hanno tristemente caratterizzato nel nostro paese il panorama e gli scenari delle “maternita”,mi hanno fatto ritornare alla memoria quanto raccomandava sempre quel grande maestro dell’Ostetricia francese che era il Lacomme,nel dire che il parto doveva essere generalmente assistito "al minimo della potenza". E’ chiaro che egli volesse riferirsi,dicendo ciò,essenzialmente ad un’azione di intervento il più atraumatico possibile nel senso più vero dell’arte ostetrica , e questo per far sì che non vi fosse alcuna complicanza legata all’evento della nascita che fosse stata indotta o manualmente assistita;anche se non è pensabile come in quella felice affermazione il Lacomme non avesse voluto inconsciamente appellarsi anche ad un comportamento medico non aggressivo nel senso più ampio del suo significato,e che avrebbe dovuto garantire il rapporto interpersonale tra la gestante con il suo prodotto di concepimento e chi fosse predisposto ad assistere il parto. Credo che il riferimento a quanto considerato debba fare riflettere tutti noi medici ostetrici su questa ideale,duplice ottica assistenziale,ostetrica da un lato ed etica professionale,dall’altro,sulla base della quale costruire il più profondo e rispettoso rapporto di una corretta e attenta assistenza alla maternità,proprio perché quest’ultima,non dimentichiamolo, merita quella dignità fondata su quel fantastico,magico e unico fenomeno della riproduzione che la donna con la sua gravidanza porta in grembo e che si concretizza con lo sviluppo e la crescita di un essere vivente,che gli studi sull’ontogenesi fetale hanno dimostrato essere a tutti gli effetti già sensibile e sicuramente reattivo. Ha lasciato scritto Andrèe Malraux che “nous etions dejà vieux quand nous sommes nèes”,appunto “noi eravamo già vecchi quando siamo nati”,memori,quindi,di tutte quelle sensazioni ed emozioni che già nei nove mesi di vita materna avevamo incredibilmente percepito e assaporato. Dunque,rissare,così come compiere atti di “violenza ostetrica” in sala parto quando si sta celebrando il misterioso,magnifico momento della nascita che deve proprio sugellare quello che è il momento supremo della dignità della maternità è,alla fine,la più squallida offesa a quei valori così perfetti e armonici della riproduzione,che rimangono misteriosi proprio perché ancora incompresi ,e che invece meritano quella riverenza quasi ossequiosa da vivere in rigoroso silenzio e meravigliato stupore. “Maternità” è una nobile ma oramai disusa parola a cui tradizionalmente si è fatto ricorso,come si sa, per definire i luoghi di assistenza alla gravidanza e al parto;noi vorremmo tanto che ancor’oggi con questo termine si continuasse a etichettare le corsie e gli ambienti dove si espleta la medicina materno-fetale,ripristinandolo del tutto in sostituzione di altre più moderne terminologie che,proprio perché insignificanti,rischiano di far perdere di vista il profondo valore del lavoro medico-ostetrico che,viceversa, deve essere il più umanamente possibile svolto. Vorremmo tanto immaginare ,oggi, che nei luoghi di “Maternità” campeggiassero le splendide e rasserenanti figure delle Madonne del parto,quelle di Piero della Francesca e di Rossello di Jacopo Franchi,e con loro altrettante figure di angeli e donatori. Perché di serenità,di pace e di speranza noi abbiamo vero bisogno,non di rissose liti e di “violenze ostetriche”che ci turbano e ci offendono,umiliando la delicatissima opera che quotidianamente compiamo. *Professore Ordinario di Ginecologia e Ostetricia nell’Università di Roma Tor Vergata, presidente Corso di Laurea in Ostetricia, direttore Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia, responsabile U.O.C. di Ginecologia e Ostetricia-Policlinico Tor Vergata Roma