frontiere

Terapia genica, Crispr diventa ancora più potente grazie all’Ai

Terapia genica, Crispr diventa ancora più potente grazie all’Ai

Un’équipe di ricercatori ha usato modelli di intelligenza artificiale per creare proteine Crispr sintetiche in grado di modificare il genoma con ancora più precisione ed efficacia

2 minuti di lettura

Crispr si rifà il trucco. E diventa ancora più potente. La più moderna e promettente tecnica di editing del dna, che funziona come una sorta di forbici molecolari estremamente precise e selettive, con potenziali applicazioni che vanno dalla cura del cancro al trattamento delle malattie genetiche, ha appena “sposato” l’intelligenza artificiale diventando così ancora più efficace e decisa. Un gruppo di ricercatori, tra i quali figura anche Jennifer Doudna, premio Nobel per la chimica 2020 assieme a Emmanuelle Charpentier proprio per lo sviluppo della tecnica, ha infatti appena usato modelli di intelligenza artificiale per generare nuove proteine Crispr sintetiche, in grado di tagliare e cucire il dna in modi non previsti dalla natura e potenzialmente molto utili. Lo studio che descrive questo nuovo sistema è stato appena pubblicato sulla rivista Science.

Il “salto” dai modelli naturali a quelli sintetici

Il sistema Crispr si basa su enzimi, definiti nucleasi, che utilizzano un filamento di rna come “guida” per identificare una specifica sequenza di dna bersaglio; una volta trovata, la nucleasi agisce come un paio di forbici, tagliando il materiale genetico per consentire l’eliminazione o l’aggiunta di informazioni. Per decenni, i ricercatori hanno usato enzimi prelevati direttamente dai batteri, tra cui il celebre Cas9 (donde il nome di Crispr-Cas9), che però hanno dei limiti, legati soprattutto alle conseguenze imprevedibili e insidiose della loro manipolazione. Per superare quest’ostacolo, Doudna e colleghi si sono concentrati su altre molecole, le TnpB, piccole nucleasi considerate precursori evolutivi di un gruppo di enzimi della famiglia Cas (il Cas12), con l’obiettivo di capire fino a che punto si potesse alterare la sequenza di queste proteine mantenendo intatta la loro capacità di operare sul genoma.

L’addestramento dell’intelligenza artificiale e le prove in laboratorio

Per generare le nuove nucleasi, i ricercatori hanno impiegato un modello di intelligenza artificiale chiamato Esm-If1, basato sul cosiddetto inverse folding: al modello è stata fornita la forma tridimensionale finale della proteina desiderata e gli è stato chiesto di calcolare la sequenza generica sottostante necessaria per ottenere esattamente quella struttura. Per assicurarsi che gli enzimi non perdessero la loro funzione, l’intelligenza artificiale è stata vincolata a mantenere intatte alcune porzioni critiche della proteina originaria, individuate analizzando l’evoluzione naturale di queste molecole. Il risultato è stato, finalmente, un gruppo di nucleasi sintetiche, ossia non esistenti in natura, denominate SynTnpB, le cui sequenze differiscono anche del 30% rispetto agli “originali”, e che testate su cellule umane, batteriche e vegetali hanno mostrato un’efficienza di taglio in un intervallo compreso tra il 46% e il 50%, a fronte del 28% della proteina naturale.

Democratizzazione della scienza

“Così come Crispr ha democratizzato la capacità di modificare il dna a piacimento”, ha commentato a NatureSoeren Lienkamp, biologo molecolare dell’Università di Zurigo non coinvolto nello studio, “la progettazione di proteine basata sull’intelligenza artificiale promette di consentire a chiunque di creare proprietà totalmente nuove nello spazio delle proteine”. Contemporaneamente, però, gli esperti invitano a non abbandonare lo studio dei sistemi biologici, sottolineando che la ricerca fondamentale sulle nucleasi naturali continuerà a essere essenziale per la comprensione dei meccanismi genetici di base e per la produzione dei dati necessari ad addestrare i modelli di intelligenza artificiale. “Il nostro lavoro”, prosegue Doudna, “indica una direzione per il futuro dell’intelligenza artificiale e della biologia, ovvero che abbiamo bisogno degli strumenti dell’intelligenza artificiale per ‘andare più veloci’, ma anche che abbiamo bisogno di persone che comprendano davvero i meccanismi molecolari per ottimizzare l’uso di questi modelli”.

Le sfide del futuro

Nonostante il successo delle simulazioni e degli esperimenti, lo studio presenta limiti metodologici e criticità che richiedono verifiche ulteriori. In primo luogo, il fatto che non tutti i modelli di intelligenza artificiale testati sono risultati ugualmente efficaci: uno degli algoritmi, per esempio, pur riproducendo la forma della proteina, ha fallito nel preservarne i componenti necessari al taglio del dna; inoltre, il gruppo di ricercatori ha scoperto che il lobo della proteina dedicato al riconoscimento del dna è estremamente più sensibile e meno incline a “tollerare” alterazioni sintetiche rispetto al lobo legato al riconoscimento dell’rna, il che li ha costretti ad adottare strategie separate per generare le diverse sezioni della proteina (il cosiddetto approccio di split-domain). E poi c’è il problema degli effetti fuori bersaglio – il fatto che le forbici, di tanto in tanto, taglino dove non dovrebbero – che è da sempre uno degli aspetti più complessi e spinosi dell’editing genomico. C’è ancora parecchia strada da percorrere.