LabRevolution

Lenti a contatto contro la depressione: efficaci quanto i farmaci

(foto: blurf/RooM/Getty Images)
(foto: blurf/RooM/Getty Images) 

Uno studio coreano apre una nuova frontiera nel trattamento dei disturbi dell'umore: stimolare il cervello attraverso l'occhio

3 minuti di lettura

Non servono a vedere meglio, ma a sentirsi meglio. Sono le lenti a contatto sviluppate da un gruppo di ricercatori della Yonsei University di Seul in grado di trattare la depressione con risultati paragonabili a quelli del Prozac, senza farmaci e senza interventi chirurgici. I primi test dicono che sui topi l’approccio sembra funzionare. Lo studio, guidato da Jang-Ung Park, docente alDipartimento di Scienza dei materiali e ingegneria dell’ateneo coreano, è apparso sulla rivista Cell Reports Physical Science.

L'occhio come porta d'accesso al cervello

L'idea di fondo è sfruttare l’occhio come via d'accesso per raggiungere in modo non invasivo le regioni che sovrintendono alla modulazione dell'umore. La “porta” di ingresso è rappresentata dalla retina, che dal punto di vista anatomico è un'estensione del sistema nervoso centrale. Il nervo ottico collega infatti la retina a diverse aree cerebrali profonde, alcune delle quali, come l'ippocampo e la corteccia prefrontale, sono implicate nella regolazione dell'umore e risultano alterate nelle persone depresse. Se si riesce a inviare un segnale elettrico alla retina, quel segnale può propagarsi lungo vie neurali fino a raggiungere quelle aree. Trattare la depressione, come progettano i ricercatori coreani, è dunque solo il primo passo di un approccio completamente nuovo alle malattie psichiatriche. Le potenziali applicazioni, dice infatti il team di Park, vanno oltre la depressione e potrebbero includere ansia, dipendenze e declino cognitivo.

Le lenti, morbide e trasparenti, sono dotate di elettrodi ultrasottili in ossido di gallio e platino. Attraverso una tecnica chiamata interferenza temporale, questi dispositivi trasmettono alla retina due segnali elettrici distinti che si attivano soltanto nel punto in cui si intersecano, garantendo una stimolazione precisa e localizzata delle sole regioni cerebrali individuate come bersaglio. “Immaginate due torce: ogni fascio da solo è fioco, ma là dove si sovrappongono appare un punto luminoso”, spiega Park: “Le nostre lenti fanno lo stesso con due segnali elettrici innocui”.

Che l’elettricità possa trattare la depressione non è una novità: da decenni, nei casi gravi o resistenti ai farmaci, si usano l'elettroconvulsivoterapiao la stimolazione magnetica transcranica, mentre la stimolazione cerebrale profonda, con elettrodi impiantati chirurgicamente, è in sperimentazione per i casi più refrattari. Il meccanismo comune è che stimolare elettricamente certi circuiti cerebrali può ripristinare pattern di attività neurale alterati dalla depressione.

Lo studio: quattro gruppi di topi a confronto

Per verificare l’efficacia delle lenti sui topi, i ricercatori hanno suddiviso gli animali in quattro gruppi: sani non depressi, depressi non trattati, depressi trattati con la stimolazione tramite lenti a contatto, e topi depressi trattati con fluoxetina, il principio attivo di un antidepressivo della classe degli Ssri (Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina).

Dopo tre settimane di trattamento, con sessioni da 30 minuti al giorno, i topi che avevano indossato le lenti mostravano miglioramenti comportamentali sovrapponibili a quelli degli animali trattati con il farmaco. Le registrazioni dell'attività cerebrale hanno rivelato il ripristino della connettività tra ippocampo e corteccia prefrontale, compromessa dalla depressione. Sul piano biologico, i risultati sono stati altrettanto significativi: riduzione del 48% del corticosterone (l’ormone dello stress nei topi) nel sangue, aumento del 47% della serotonina e abbassamento dei livelli di molecole infiammatorie nel cervello, rispetto ai topi depressi non trattati.

“I miglioramenti – sottolineano i ricercatori – si sono verificati contemporaneamente sul piano comportamentale, neurologico e biologico. E il loro effetto era paragonabile a quello ottenuto con un antidepressivo di largo uso”. A confermare i risultati è intervenuta anche l'intelligenza artificiale: un modello di machine learning, analizzando i dati di comportamento, attività cerebrale e biomarcatori, ha sistematicamente raggruppato i topi trattati con le lenti insieme ai topi sani, e non con quelli depressi non curati.

Dal laboratorio al letto del paziente

A dispetto dei risultati positivi, i ricercatori frenano gli entusiasmi prematuri. Come qualsiasi nuova tecnologia medica, dicono, le nostre lenti dovranno essere sottoposte a una rigorosa valutazione clinica nei pazienti prima di arrivare sul mercato. Lo studio, infatti, ha rilevato effetti biologici concreti, cioè la riduzione dei marcatori associati alla depressione, ma il perché questa stimolazione produca questi effetti non è ancora del tutto chiaro. Resta da chiarire, per esempio, se gli effetti siano duraturi o svaniscano con la fine del trattamento. E soprattutto se questi siano riproducibili anche sulla specie umana, che ha un cervello assai più complesso di quello di un topo.

La fase è dunque molto precoce, e la strada dalla plausibilità alla terapia clinica consolidata è lunga. I prossimi passi prevedono di verificare la sicurezza a lungo termine del dispositivo su animali di taglia maggiore e personalizzare la stimolazione per ciascun paziente, prima di avviare sperimentazioni cliniche sull’essere umano.