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Il multitasking? Si può imparare, ecco come

(Foto: Justin Paget/DigitalVision/Getty Images)
(Foto: Justin Paget/DigitalVision/Getty Images) 

Guidare e ascoltare musica si può. Guidare e guardare il cellulare no. La differenza, spiegano i neuroscienziati della Georgetown University, sta nel modo in cui il cervello impara

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Capita, quando si è al volante, di canticchiare una canzone, di seguire il filo di una conversazione, di rimuginare su un problema di lavoro. Ma questo, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci fa perdere il controllo dell'auto. Perché guidare, a un certo punto della vita, è diventata un’attività automatica che ci consente di fare anche altro. Non tutto, però. Perché ricevere un messaggio sul cellulare e leggerlo mentre si è impegnati nel traffico o in autostrada fa abbassare lo sguardo, riduce la concentrazione alla guida e dunque è una attività pericolosa (e anche sanzionata dal Codice della strada). Dunque, anche se in entrambi i casi si stanno facendo due cose contemporaneamente, tra le due situazioni c’è una grande differenza. Quale?

La risposta arriva da uno studio firmato da Maximilian Riesenhuber e Patrick Cox della Georgetown University School of Medicine, destinato a rimettere in discussione una delle certezze più radicate delle neuroscienze cognitive: quella secondo cui il vero multitasking — cioè svolgere due attività allo stesso tempo, non semplicemente alternare velocemente l'attenzione — sarebbe per gli umani semplicemente impossibile.

Lo studio sul multitasking

Per scoprire se e in che modo il cervello sia in grado di eseguire due compiti complessi nello stesso momento, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di suddividere immagini di automobili modificate digitalmente in due categorie, imparando a individuare le piccole differenze che le distinguevano. I volontari hanno completato oltre 30000 prove nell'arco di cinque-dieci settimane utilizzando una app che permetteva loro di classificare le immagini direttamente sul cellulare, come in un gioco. Prima e dopo il completamento delle prove, i ricercatori sottoponevano i partecipanti a scansioni cerebrali con risonanza magnetica funzionale (fMRI) ed elettroencefalogramma (EEG).

I risultati, dicono i ricercatori, sono sorprendenti. Nelle fasi iniziali dell'apprendimento, il compito di classificazione attivava la corteccia prefrontale, l’area del cervello che sovrintende alle funzioni esecutive, il ragionamento, la pianificazione. Un'area potente, ma anche un “collo di bottiglia”, perché riesce a gestire una sola attività complessa alla volta. Con l'esercizio prolungato, però, qualcosa nel cervello dei partecipanti è cambiato: la stessa operazione cominciava a svolgersi nella corteccia temporale, una regione coinvolta nel riconoscimento di oggetti e nell'elaborazione della memoria. Il compito si era, in sostanza, automatizzato, e aveva liberato spazio per altro nella corteccia prefrontale.

L’esperienza insegna

"L'esperienza rimodella il cervello per aggirare proprio quel collo di bottiglia. La corteccia prefrontale rimane così libera per qualunque altra cosa si voglia fare, aumentando la capacità di svolgere attività" spiega Riesenhuber, il neuroscienziato che coordina il Centro di Neuroingegneria di Georgetown. E i dati lo confermano: quanto più il compito di classificazione veniva "scaricato" dalla corteccia prefrontale a quella temporale, tanto più i partecipanti riuscivano a svolgere efficacemente un secondo compito in parallelo.

Tornando all’esempio iniziale, guidare diventa negli anni un compito automatizzato: non richiede più la piena attenzione della corteccia prefrontale. Ecco perché ascoltare musica o sostenere una conversazione non compromette la sicurezza: le due attività si appoggiano a circuiti diversi. Leggere un messaggio sul telefono, invece, è un'attività visiva complessa e non automatizzata, che richiede proprio quelle risorse prefrontali già occupate dalla guida. Il conflitto è inevitabile, oltre che pericoloso. Questo significa che non tutte le attività sono ugualmente adatte al multitasking. Dipende da quali circuiti cerebrali coinvolgono, ma anche da quanto le abbiamo allenate.

Perché non possiamo essere sempre multitasking

In conclusione, sembra esserci una buona notizia, e una cattiva. Quella buona è che il multitasking non è un talento innato, che si ha o non si ha. È una capacità che si costruisce con la pratica. "Esiste davvero un modo per rimodellare la propria architettura cerebrale e usare parti diverse del cervello", dice Riesenhuber. L’importante è scegliere bene su cosa allenarsi. Quella cattiva, però, è che il processo richiede un training lungo e approfondito. I partecipanti allo studio, infatti, hanno completato un numero molto elevato di prove, nell’arco di oltre due mesi, prima di riuscire a svolgere il primo compito in automatico ed eseguire anche un’altra attività contemporaneamente. In questo senso, per essere davvero multitasking non basta fare due cose insieme ogni tanto: bisogna ripetere un compito abbastanza a lungo, e abbastanza intensamente, da convincere il cervello a spostarlo in un circuito autonomo. E anche allora, il gioco funziona solo se le due attività che si vogliono svolgere insieme si appoggiano a reti neurali distinte.

Quali attività si possono eseguire insieme e quali no

È dunque importante capire quali tipi di attività possano davvero essere eseguite in parallelo, e quali no. "Possiamo camminare e masticare un chewing gum allo stesso tempo" dice Cox, "ma guardare il telefono mentre guidiamo non sarà mai sicuro, perché dobbiamo togliere gli occhi dalla strada. Tutto dipende dall’attivazione di circuiti neurali diversi per le due attività".

Le implicazioni di questa ricerca vanno ben oltre la sicurezza stradale. Patrick Cox, primo autore dello studio e ora professore di psicologia alla Lehigh University, cita il caso dei radiologi: un esperto è in grado di classificare un’ombra su una lastra come benigna o maligna in modo quasi automatico, grazie ad anni di pratica che hanno rimodulato la sua architettura neurale. E questo, notano gli autori, è qualcosa che l’Intelligenza artificiale ancora non è in grado di fare. Il cervello umano, spostando un'abilità appresa nella corteccia temporale, libera spazio nella corteccia prefrontale per costruire nuove competenze sopra le precedenti, in un apprendimento continuo e cumulativo. I modelli di IA attuali, nota Riesenhuber, non sono ancora in grado di farlo.