Da tempo medici e ricercatori che si occupano di oncologia hanno compreso che per trattare i tumori è fondamentale anche colpire l’ambiente in cui crescono. A confermarlo, ancora una volta, è la scoperta guidata da un team della Duke University, che su Nature Communications mostra in che modo l’ascite, l’accumulo di liquido a livello addominale comune negli stati avanzati di tumore ovarico, rende le cellule malate particolarmente resistenti alla morte. I ricercatori hanno scoperto però che questa resistenza ha un tallone d’Achille: dipende dai grassi contenuti nell’ascite, così che, riducendoli con un farmaco utilizzato per abbassare colesterolo, si potrebbe rendere di nuovo più vulnerabili alla morte le cellule malate.
Tumore ovarico e ascite
Il tumore ovarico causa solo in Italia ogni anno 5400 nuove diagnosi, spesso in fase avanzata, rendendo difficile il trattamento. Una delle caratteristiche frequenti nelle donne con questo tumore in fase avanzata è la presenza di ascite, l’accumulo di liquido a livello addominale, presente in circa il 90% di queste pazienti, ricordano gli autori, e il cui ruolo non è ancora del tutto compreso. “I medici hanno per lo più considerato l'ascite come un sintomo piuttosto che come un fattore attivo della malattia", ha commentato infatti in una nota dalla Duke University Jen-Tsan Chi, tra gli autori a capo dello studio: “Abbiamo scoperto che conferisce al cancro un vantaggio in termini di sopravvivenza, colmando una lacuna importante nella comprensione di come si diffonde il cancro ovarico”.
Il nuovo studio
In realtà, come ricordano gli stessi esperti, alcuni indizi già raccolti in passato avevano indicato come l’ascite - composto di elementi cellulari e non - favorisse la crescita delle cellule tumorali e la loro disseminazione. Lo conferma anche Sandro Pignata, direttore dell’oncologia medica del dipartimento di Uro-ginecologia al Pascale Napoli: “Sapevamo che l’ascite può favorire la diffusione delle cellule tumorali all’interno della cavità peritoneale: le cellule del tumore si sfaldano e possono essere veicolate e attecchire sulla superficie di altri organi”. Proprio per questo, prosegue Pignata, le cellule tumorali prelevate dall’ascite sono sempre più utilizzate per far luce sui meccanismi biologici della malattia: “Anche perché sono facilmente prelevabili, e possono essere coltivate o utilizzate per la produzione di organoidi e usate come modelli di studio”.
Nel nuovo studio gli scienziati aggiungono un tassello in più in merito a un meccanismo di protezione dell’ascite nei confronti delle cellule tumorali. Grazie ad alcuni esperimenti in vitro (su linee cellulari e organoidi) e in vivo (su modelli animali), e ricorrendo all’uso di liquidi da ascite da pazienti con tumore in fase avanzata, i ricercatori hanno osservato infatti che nel liquido dell’ascite c’è qualcosa che protegge le cellule del tumore ovarico da un particolare tipo di morte programmata, la ferroptosi. Si tratta di un meccanismo di morte programmata legato al ferro e dovuto alla formazione di perossidi lipidici, un fenomeno di stress ossidativo che colpisce i grassi e a cui, normalmente, le cellule di tumore ovarico metastatico sono sensibili, spiegano gli autori.
Quel qualcosa che ostacola la ferroptosi in presenza di ascite sono delle goccioline di grasso: quando infatti si bloccavano, riducendone la presenza, l’effetto protettivo dalla ferroptosi scompariva (per esempio la crescita dei tumori in vivo nei modelli animali rallentava). Per distruggere i grassi, i ricercatori hanno usato un farmaco impiegato contro il colesterolo e i trigliceridi, il bezafibrato, appartenente alla classe dei fibrati.
Nuovi potenziali target terapeutici da indagare
“Questi dati suggeriscono che la protezione mediata dall'ascite rappresenta un meccanismo critico a supporto della sopravvivenza peritoneale (delle cellule tumorali, nda) - scrivono gli autori - È importante sottolineare che la risensibilizzazione alla ferroptosi da parte del bezafibrato solleva la possibilità che il targeting terapeutico di questa via possa limitare la disseminazione peritoneale”. In altre parole, gli studi sono ancora limitati, ma se le cellule sopravvivono hanno più possibilità di metastatizzare. Porte aperte ora dunque, proseguono gli autori, ad eventuali sviluppi terapeutici per bloccare questo processo. Ma invita alla cautela Pignata: “È indubbio che la ricerca stia vivendo un momento di grande sviluppo anche per quanto riguarda la comprensione degli aspetti biologici dietro lo sviluppo e la diffusione del tumore ovarico, ma parliamo di dati molto preliminari, che devono seguire ancora diverse fasi di sviluppo”.

