L’adesione allo screening per il tumore al colon-retto in Italia è bassa: appena un terzo delle persone invitate vi partecipa (analisi dati Gimbe). Eppure, ribadisce oggi uno studio apparso sulle pagine della rivista Jama Network Open, sottoporsi a questo screening - con la ricerca del sangue occulto nelle feci - riduce la mortalità per malattia di oltre il 40%. Più di quanto stimato in passato.
Screening oncologici: oltre 50 mila lesioni “perse”. Solo 6,5 milioni rispondono agli inviti (su 14)
Test del sangue occulto e colonscopia
I programmi di screening oncologico consentono di intercettare precocemente la patologia e trattarla, migliorando le possibilità di cura. In generale, si legge nel sito del Ministero della Salute, nel caso dello screening al colon-retto, la seconda causa di morte oncologica al mondo (fa quasi un milione di vittime ogni anno), si stima una riduzione di almeno il 20% grazie alla ricerca di segni precoci di possibile malattia. Ma calcolare i benefici nel mondo reale non è mai semplice, anche alla luce di dati non sempre concordi: recentemente, infatti, ricorda un commento sulla stessa rivista ma di qualche giorno fa, uno studio (NordICC) non ha mostrato benefici in termini di mortalità usando come esame di screening la colonscopia (solitamente raccomandata solo in seguito a positività alla ricerca del sangue occulto). Ma da più parti l’esperienza con la ricerca del sangue occulto nei programmi di screening ribadisce i benefici del test. Nel caso odierno parliamo dell’esperienza accumulata in Svezia, dove il programma di screening è stato allestito a partire dal 2008 (in Italia siamo partiti un pochino prima), e il guadagno calcolato, in termini di riduzione della mortalità è maggiore di quel 20%.
Lo studio svedese
Il dato emerge da una nuova analisi dei dati relativi a un campione di 370 mila persone. Di questi alcuni erano stati invitati allo screening tra il 2008 e il 2012, altri tra il 2013 e il 2015 e altri ancora invece non erano stati invitati a sottoporsi allo screening (l’implementazione dello screening in Svezia è stata graduale, nella fascia tra 60 e 69 anni, ricordano gli autori). Il follow-up è stato di 14 anni. “Una precedente valutazione del programma ha dimostrato che coloro che hanno ricevuto un invito allo screening avevano un rischio inferiore del 14% di morire a causa della malattia”, ha ricordato in una nota Johannes Blom dal Karolinska Insitutet. Il riferimento è ad alcuni risultati pubblicati un paio di anni fa, dove si stimava appunto una riduzione del 14% di rischio di morte per malattia con lo screening. Ma gli stessi autori in quell’occasione, scrivevano che: “La reale correlazione tra screening e riduzione della mortalità potrebbe essere maggiore a causa della possibile coesistenza di test effettuati nel gruppo di controllo e di decessi per cancro del colon-retto diagnosticati più di 2 anni dopo lo screening”. In questo nuovo studio Blom e colleghi hanno adottato un metodo statistico per stimare questi contributi. E calcolato una riduzione del rischio di morte da cancro al colon retto maggiore che in passato: nello specifico, l’invito allo screening si associava a una riduzione del 26% di mortalità, che saliva al 43% nel caso di partecipazione.
Informare e sensibilizzare per aumentare l’adesione
E proprio questo dato, che ribadisce con forza l’importanza degli screening, dovrebbe essere al centro delle strategie di informazione e sensibilizzazione, allo scopo di aumentare l’aderenza ai programmi di screening, concludono gli autori. Aderenza che, come accennato, è ancora bassa: in Italia siamo a circa un terzo della popolazione target, ma anche in Svezia, ricordano gli autori, sono tante le persone che vi rinunciano (circa un terzo della popolazione interessata). “Quando facciamo comunicazione diciamo semplicemente che lo screening riduce la mortalità per carcinoma del colon-retto - aggiunge a Salute Nicola Silvestris, segretario nazionale Aiom e direttore Dipartimento Area Medica Irccs Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari - Questo studio ci aiuta a quantificare questa riduzione, ribadendo che non è solo importante a livello di popolazione l’attività di invito allo screening, ma è molto più importante che il test venga eseguito per incidere davvero sulla mortalità per tumore al colon-retto”.
Silvestris è concorde nel ritenere che il vero collo di bottiglia nell’adesione agli screening non sia organizzativo quando piuttosto comportamentale ed educativo. In Italia l’offerta da parte del Servizio sanitario - test di tipo immunochimico per la ricerca del sangue occulto ogni due anni, nella fascia da 50 ai 69 anni, estesa fino ai 74 in alcune regioni - sfiora il 100% ma l’adesione è ferma a circa un terzo, ricorda l’esperto: “Con un’estensione degli inviti pressoché completa, ma con una bassa percentuale di adesione, i benefici dello screening si perdono e possono tradursi in mortalità molto diverse per tumore al colon-retto in regioni con dati molto distanti, come la Calabria o il Veneto, dove in un caso le adesioni non raggiungono il 5% e nell’altro sono invece quasi 60%”. Un investimento mirato in attività di comunicazione e sensibilizzazione, che tenga conto delle difficoltà economiche, linguistiche e comportamentali che possono tenere lontane le persone dagli screening, magari con strumenti multilingue e il coinvolgimento dei medici di medicina generale, conclude Silvestris, potrebbe aiutare ad aumentare l’adesione e a colmare i divari tra regione e regione.

