Si chiama mirvetuximab soravtansine ed è una nuova terapia appena approvata da Aifa per il trattamento di alcune forme di tumore ovarico, capace di portare il farmaco direttamente alle cellule tumorali. Grazie alla capacità di riconoscere un segnale espresso sulle cellule malate. Tecnicamente la nuova molecola è un anticorpo farmaco-coniugato, indicato contro il cancro epiteliale dell’ovaio sieroso ad alto grado, cancro della tuba di Falloppio o cancro peritoneale primitivo, e testimonia come le strategie di cura, anche contro i tumori ovarici stiano diventando sempre più mirate.
Una nuova terapia mirata contro i tumori ovarici
A ricordarlo è stata Giusy Scandurra, Direttrice Uoc Oncologia Medica Ospedale Cannizzaro di Catania e docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università Kore di Enna, intervenuta con un team di esperti nel campo in un evento a Roma per presentare le ultime novità nel trattamento del tumore ovarico. “L’oncologia è in profonda trasformazione e stiamo passando da un approccio standardizzato ad un modello centrato sul singolo individuo. Il 36% delle pazienti con carcinoma ovarico platino resistente ha un’alta espressione della proteina specifica FRα”. L’indicazione del farmaco per cui Aifa ha appena approvato la rimborsabilità riguarda infatti i tumori positivi al recettore alfa dei folati FRα non più elegibili a chemioterapia a base di platino. “Sono donne che sono passate attraverso molte linee di terapie, provate dai sintomi e dalla chirurgia: sono donne che hanno bisogno di risposte immediate, ecco perché è fondamentale garantire accesso a test per la caratterizzazione biologica dei tumori. Oggi ciò è possibile grazie al lavoro dell’anatomo-patologo e all’utilizzo di test genomici e di nuovi biomarcatori immunoistochimici”.
Garantire l’accesso alle nuove terapie e ai trial clinici
Senza la caratterizzazione molecolare dei tumori, fondamentale per utilizzare in maniera mirata i nuovi farmaci, le innovazioni terapeutiche restano sottoutilizzate. Ed è per questo che Acto Italia - Alleanza Contro il Tumore Ovarico Ets, tramite la sua presidente Ilaria Bellet, ha sottolineato la necessità di lavorare anche su questo fronte: “Accanto alla terapia va garantito anche il test FRα che ne consente l'accesso, in modo uniforme e gratuito su tutto il territorio: così a contare è il bisogno clinico e non il luogo di cura. Continueremo a lavorare perché l'innovazione non resti una possibilità per alcune, ma diventi un diritto uguale per tutte”. L’appello a un accesso uniforme su tutto il territorio non riguarda però solo le terapie e test, ha aggiunto Bellet: anche i percorsi di prevenzione, laddove possibile per le forme ereditarie di malattia, una chirurgia di eccellenza e ad alto volume, e la possibilità di trial clinici devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
Come funziona la nuova terapia
La nuova terapia, ha aggiunto Domenica Lorusso, Ordinario di Ginecologia e Ostetricia presso Humanitas University e Direttore dell'UO di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X, agisce con un meccanismo mirato, simile a un cavallo di Troia, che entra nella cellula tumorale e libera lì la chemioterapia: “Si lega ad una specifica proteina, chiamata recettore alfa dei folati FRα, che è espressa dalle cellule tumorali. Il farmaco, una volta internalizzato, rilascia al loro interno una molecola citotossica, il DM4, che inibisce la divisione cellulare. Rispetto alle precedenti terapie risulta più efficace e con minori tossicità - malgrado nuovi aspetti che i clinici hanno imparato a gestire, come le problematiche oculari, ha ricordato - Mirvetuximab soravtansine è in grado di aumentare la sopravvivenza delle pazienti e ha dimostrato una riduzione del 35% del rischio di progressione del tumore. Questi dati positivi di sopravvivenza hanno consentito di poter includere questa molecola nel recente aggiornamento delle linee guida italiane ed europee (Aiom ed Esmo), punto di riferimento scientifico per la comunità oncologica”.
L’ultimo aggiornamento è di dicembre, e malgrado il farmaco non fosse ancora approvato, ha continuato Lorusso, è citato: “Come Aiom abbiamo fatto la scelta di non raccomandare farmaci non ancora rimborsati, ma ne abbiamo ricordato i dati positivi nella sopravvivenza per incoraggiare colleghi a usarlo”. Ad oggi, infatti, hanno ricordato gli esperti, il farmaco è l’unico ad aver migliorato la sopravvivenza in questa categoria di pazienti, qualcosa che non succedeva da circa venti anni.
Una malattia biologicamente complessa
L’arrivo di questa nuova terapia rappresenta un’innovazione importante per un tumore, quello all’ovaio, difficile da trattare, per cui ogni anno si registrano dai 5400 ai 5700 casi, ha ricordato Sandro Pignata, Direttore Oc Uro-ginecologia Int-Irccs Fondazione Pascale di Napoli e Coordinatore della Rete Oncologica Campana: “È una neoplasia abbastanza rara ma al tempo stesso è la più grave tra quelle ginecologiche, nonché uno dei ‘big killer in oncologia. L’elevata mortalità si spiega con la totale assenza di valide strategie di screening e con i sintomi aspecifici che la malattia presenta. Le diagnosi precoci sono perciò molto difficili, gli interventi terapeutici poco tempestivi e la sopravvivenza a 5 anni si attesta solo al 43%. Vi è poi il grave problema dell’alto tasso di recidiva della patologia che è causato soprattutto dalla resistenza alle terapie ordinarie. Si calcola che fino all’80% dei casi di carcinoma avanzato va incontro a recidiva dopo un primo trattamento farmacologico con lo standard di cura costituito da chemioterapia a base di platino”.
L’alto tasso di recidiva, ha aggiunto, è dovuto al fatto che già all’esordio una parte del tumore è resistente e una parte lo diventa in seguito ai trattamenti tradizionali: “Inoltre è una malattia instabile dal punto di vista genetico, in cui si accumulano diverse mutazioni, che cambia il profilo della malattia e anche l’efficacia dei farmaci. Si tratta di una malattia complessa da un punto di vista biologico, ecco perché abbiamo bisogno di farmaci intelligenti per combatterlo. Ora deve essere introdotto nelle regioni, ma le reti oncologiche devono lavorare anche perché ogni regione abbia un Pdta per il tumore all’ovaio, per fare in modo anche che il tema dei biomarcatori sia meglio regolamentato”.

