Chemioterapia, immunoterapia e trapianto di cellule staminali sono a oggi i principali trattamenti utilizzati contro il linfoma di Hodgkin, un tumore ematologico di cui ogni anno in Italia si contano 2200 nuove diagnosi (I numeri del cancro 2025). E sono tumori in buona parte trattabili, ricordano gli esperti: a cinque anni la sopravvivenza sfiora il 90%. Ma queste terapie non funzionano in tutti i pazienti, e la notizia che arriva oggi dal Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago di una nuova possibile strategia di cura contro la malattia riguarda proprio questi casi. Oltreoceano infatti, sono stati presentati i risultati dello studio Primavera relativi a una nuova potenziale terapia mirata, AZD3470: circa la metà dei pazienti trattati ha risposto al trattamento.
Una nuova possibile strategie di cura per i casi più difficili
Si tratta di risultati che arrivano da uno studio di fase I - la fase più precoce delle sperimentazioni cliniche, in cui lo scopo principale è quello di valutare la sicurezza di un trattamento sperimentale - ma sono stati presentati con entusiasmo. “Nello studio Primavera, per la prima volta, è stata dimostrata l’efficacia di un farmaco orale nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario - ha infatti spiegato Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano e professore associato di Ematologia alla Statale di Milano, autore della presentazione - Sono stati analizzati 8 livelli di dose. È stato evidenziato un profilo di tollerabilità molto favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli più alti della dose, la percentuale di risposta globale si avvicina al 60%, con il 35% di risposte complete”.
Un dato incoraggiante se si considera che si tratta di pazienti pluritrattati - in media con sei linee di trattamento - che avevano esaurito tutte le opzioni di cura disponibili, sottolinea Derenzini. Che aggiunge: quando parliamo di linfoma di Hodgkin, ci riferiamo a pazienti giovani. La malattia è infatti più frequente tra i 15 e i 35 anni. “Lo studio Primavera può essere l’apripista per lo sviluppo di cure senza chemioterapia in pazienti fortemente pretrattati. Va considerato che si tratta molto spesso di persone giovani, in cui la chemioterapia può determinare effetti avversi nel medio e lungo termine”.
Lo studio Primavera
Più nel dettaglio i dati presentati a Chicago riguardano le analisi raccolte su 68 pazienti (il reclutamento dello studio Primavera è ancora in corso, per coinvolgere circa 160 pazienti in totale. Qui l’abstract della presentazione, con i dati che si fermano allo scorso novembre). Nella sperimentazione, AZD3470 viene testata, in diverse coorti, come monoterapia o in combinazione con altri trattamenti (come immunoterapia). Si tratta di uno studio multicentrico, che coinvolge 35 diverse strutture. L’Italia partecipa con l’Azienda ospedaliera Universitaria di Alessandria, lo Ieo, e l’Irccs Policlinico Sant’Orsola di Bologna, questi ultimi due i centri che finora hanno arruolato il maggior numero di pazienti.
Tecnicamente AZD3470 è un inibitore della PRMT5 (un enzima che aiuta la crescita dei tumori) che agisce in maniera mirata, come spiega Derenzini: “La molecola modula l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina MTAP, una condizione che porta all’accumulo di un metabolita, MTA, che inibisce l’attività di un altro enzima, PRMT5. Quest’ultimo costituisce proprio il bersaglio del farmaco. Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina PRMT5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco”.
Nuovi studi per approfondire efficacia ed effetti collaterali
I ricercatori ad Asco hanno riportato che gli effetti collaterali più comuni associati alla terapia sono stati anemia, nausea, astenia, stitichezza, affaticamento e neutropenia. Nella maggior parte dei casi si trattava di effetti lievi o moderati, in circa un terzo dei pazienti arruolati si è trattato di eventi più gravi, che in alcuni casi hanno portato alla riduzione della dose di trattamento.
Gli studi ora proseguono: “Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica”, precisa Derenzini. Ma è da qui che parte la ricerca, aggiunge Gennaro Daniele, segretario di Fondazione Aiom e Direttore programma e Uoc di fase I di Fondazione Policlinico Gemelli Irccs: “Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura. Troppo spesso però l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione. Ad esempio, in Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni. Condurre le fasi 1 è fondamentale per restare al centro della ricerca internazionale”.

