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Ipertensione, spegnere l’infiammazione può favorire anche la riparazione dei tessuti

(foto: Maskot/Getty Images)
(foto: Maskot/Getty Images) 

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C’è una forza che guida l’innalzamento della pressione arteriosa che fino ad oggi è stata un po’ sottovalutata. Si tratta dell’infiammazione, che gioca un ruolo importante nell’ipertensione cronica alterando la struttura dei vasi sanguigni e di organi come cuore e reni. Lo conferma una recente ricerca pubblicata sulla rivista Communications Biology, che ha anche individuato nei percorsi biologici deputati alla risoluzione dell’infiammazione un potenziale target terapeutico, offrendo nuove opportunità per lo sviluppo di terapie farmacologiche che puntino non solo ad abbassare i numeri sulla macchinetta di misurazione della pressione ma anche a rigenerare i tessuti danneggiati.

Il ruolo dell’infiammazione nell’ipertensione

Anche se ai non addetti ai lavori l’ipertensione può sembrare sempre e solo un problema idraulico legato all’invecchiamento dei vasi sanguigni, questa condizione è invece strettamente connessa con il sistema immunitario. Esiste un rapporto bidirezionale con il sistema nervoso simpatico, che, attivando risposte del tipo “combatti o fuggi” a eventi stressanti, stimola la produzione di citochine pro-infiammatorie che a loro volta alimentano l’attività nervosa mantenendo alta la pressione. L’inghippo si verifica quando in condizioni di ipertensione cronica il sistema immunitario va in sovraccarico rimanendo in modalità di attacco permanente, uno stato infiammatorio prolungato che finisce col danneggiare l’organismo e alimentare ulteriormente la pressione alta. Ciò avviene - spiegano gli autori della nuova ricerca - perché i meccanismi naturali che dovrebbero indurre il sistema immunitario a fermarsi sono come silenziati.

Mettere un freno all’infiammazione

Le vie di segnalazione di risoluzione dell’infiammazione, dunque, potrebbero essere un target terapeutico: se riattivate, potrebbero interrompere il circolo vizioso di lesioni ai tessuti e contribuire ad abbassare la pressione sanguigna. Per verificare l’approccio, il team di ricerca ha testato una molecola denominata composto 17b, che si lega in modo specifico a un particolare tipo di recettore cellulare (chiamato Fpr) che funge da interruttore: l’interazione tra 17b e Fpr dovrebbe determinare l’invio di un segnale che ordina al sistema immunitario di interrompere lo stato di allerta, favorendo in modo attivo la riparazione dei tessuti danneggiati.

Proteggere gli organi

La strategia, testata per ora solo su modelli animali, ha dato risultati molto promettenti: la somministrazione del composto 17b ha effettivamente abbassato in modo significativo i valori pressori e ha permesso il recupero delle lesioni agli organi. In particolare, il farmaco è riuscito a invertire la fibrosi, un processo patologico che vede la formazione di eccessivo tessuto cicatriziale che rende il cuore e i reni rigidi e meno efficienti. Inoltre, la molecola ha migliorato l'elasticità dell'aorta, riducendo anche l'irrigidimento delle pareti dei vasi che è tipico dell’ipertensione cronica. Secondo gli autori dello studio, non si tratta di sostituire le terapie tradizionali: se il composto 17b diventerà un farmaco, costituirà un’alternativa per quei pazienti che non rispondono alle cure oppure potrà essere utilizzato come strategia complementare per prevenire lo sviluppo di malattie renali e cardiache croniche.