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Infarto e ictus: quanto pesano depressione, ansia e stress

Infarto e ictus: quanto pesano depressione, ansia e stress

Chi soffre di depressione ha un rischio di mortalità cardiovascolare più alto di due è tre volte. Ed un cardiopatico su due sviluppa quadri depressivi dopo un evento. Necessari screening e percorsi di cura su misura

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Volete curare bene il cuore? Pensate alla psiche. Chi ha problemi di ansia e depressione, infatti, rischia di più attacchi cardiaci ed ictus cerebrale. Ma non basta: in chi è cardiopatico, ricordate di tenere sotto controllo la salute mentale. E soprattutto sottoponete i pazienti a screening mirati per le condizioni psicologiche. Recita più o meno così la Dichiarazione di Consenso Clinico dell'ESC (Società Europea di Cardiologia) che mira a sensibilizzare sulla relazione multidirezionale tra salute mentale e malattie cardiovascolari: l'una aumenta il rischio dell'altra. E questo rapporto non va sottovalutato: i pazienti che soffrono di entrambe le condizioni, cardiologiche e psichiche, presentano una traiettoria di salute peggiore. Lo dicono le cifre. Nei Paesi membri dell'ESC (58 paesi tra cui l’Italia, in Europa e nel bacino del Mediterraneo), le malattie cardiovascolare rappresentano la causa di morte più comune, con oltre tre milioni di decessi ogni anno, di cui oltre 1,6 milioni nelle donne e 1,5 milioni negli uomini. La depressione colpisce oltre 300 milioni di persone a livello globale e aumenta il rischio e la mortalità per patologie come infarto, ictus e scompenso cardiaco da due a tre volte. Infine, un paziente su tre con cardiovasculopatie soffre di depressione ed uno su due la sviluppa dopo eventi cardiaci gravi.

Cosa accade dopo l’infarto

Il documento è stato realizzato da un pool di esperti presieduto da Héctor Bueno, del Centro Nazionale di Ricerca Cardiovascolare e del Dipartimento di Cardiologia dell'Ospedale Universitario 12 de Octubre di Madrid e Christi Deaton, dell’Università di Cambridge ed è stato pubblicato su European Heart Journal. Dalla prevenzione alle terapie, sintetizza problematiche attuali ed obiettivi da raggiungere. Pensate ad esempio che dopo un infarto depressione, ansia, stress psicosociale e disturbo da stress post-traumatico sono associati a un rischio significativamente maggiore di eventi cardiaci e morte rispetto a chi non presenta queste condizioni. Diversi studi hanno rilevato che chi presenta ansia post-infarto ha una probabilità 1,3 volte maggiore di subire un altro infarto o di morte. Non solo: depressione e disturbo post-traumatico da stress dopo un infarto sono entrambi associati ad un rischio doppio di eventi cardiovascolari che si ripetono o a mortalità.

Psiche e cuore

Nel documento si spiega anche cosa potrebbe accadere. Dopo un infarto il cuore soffre e si produce un'infiammazione, che a sua volta può causare sbalzi ormonali e alterazioni della chimica cerebrale che possono contribuire ai sintomi psicologici. Lo stress psicologico acuto può favorire la vasocostrizione delle coronarie, la riduzione del flusso sanguigno al cuore ed anche aritmie. Infine non bisogna dimenticare l’azione dello stress cronico: fa salire la pressione e favorisce la stessa infiammazione, peggiorando la situazione. E proprio sui disturbi del ritmo si concentrano diverse raccomandazioni degli esperti. Le persone con gravi malattie mentali presentano infatti un rischio maggiore di sviluppare aritmie sopraventricolari e ventricolari, con rischio di morte cardiaca improvvisa. L'aumento del rischio di aritmie è causato da molteplici fattori, tra cui il disagio derivante dalla condizione di salute mentale, l'elevata prevalenza di fattori di rischio legata anche a stili di vita non propriamente sani.

Necessari screening su misura

In primo luogo occorre che lo screening e il supporto in termini di salute mentale siano la norma nell'assistenza cardiovascolare. Quando si definisce il rischio di infarto in un soggetto sano bisognerebbe quindi considerare oltre a colesterolo, pressione, glicemia e gli altri parametri classici anche i fattori di rischio psicosociali e di salute mentale. Occorre insomma ricalibrare i punteggi di rischio cardiovascolare per coloro che convivono con gravi malattie mentali. Non solo. Bisogna che i pazienti in trattamento per patologie di natura mentale siano regolarmente valutati con monitoraggio su misura anche per il rischio di malattie cardiovascolari. Come organizzarsi? La risposta assistenziale potrebbe passare attraverso Team Psico-Cardio, gruppi di lavoro multidisciplinari per il trattamento dei pazienti che includono professionisti della salute mentale, come psicologi o psichiatri, e specialisti cardiologi. "La pratica clinica cardiovascolare spesso trascura l'impatto della salute mentale e l'importanza della sua inclusione nell'assistenza – segnala in una nota Bueno. Dobbiamo vedere i professionisti della salute cardiovascolare sviluppare collaborazioni con chi si occupa di salute mentale nei team psico-cardio per aiutare a identificare precocemente i problemi di salute mentale nei nostri pazienti e migliorare l'assistenza e il supporto per i pazienti e i loro caregiver".