Apolipoproteina B. Segnatevi questo termine, o se preferite la sigla che lo definisce, apoB. Probabilmente, in futuro, la misurazione di questo parametro potrebbe sempre di più integrare il classico screening dei pericoli di infarto e ictus con il colesterolo-Ldl, quello “cattivo”, o più in generale la valutazione del colesterolo non “buono” ovvero non Hdl. A preconizzare questa evoluzione della definizione delle probabilità di eventi legati al metabolismo dei lipidi nel sangue è una ricerca coordinata da Ciaran Kohli-Lynch, della Northwestern University Feinberg School of Medicine, apparsa su JAMA. Lo studio è il primo ad indicare che il test dell'apoB sarebbe più efficace (e valido sul fronte economico) dei controlli del colesterolo-Ldl e non-Hdl nella previsione del rischio cardiovascolare.
Così si sceglie la cura
Per valutare i diversi test gli studiosi hanno impiegato un modello di simulazione computerizzata che rappresentava 250.000 adulti statunitensi idonei al trattamento con statine ma senza patologie cardiovascolari preesistenti. Sono state confrontate tre strategie per guidare il trattamento: nel primo gruppo si è considerato come parametro chiave il colesterolo-Ldl, che doveva scendere sotto i 100 milligrammi per decilitro, nel secondo il colesterolo non-Hdl (target sotto i 118 milligrammi per decilitro), nel terzo appunto l’ApoB (obiettivo scendere a valori inferiori a 78,7 milligrammi per decilitro). Se i pazienti non raggiungevano l'obiettivo prefissato con le statine, il trattamento veniva intensificato prima con statine più potenti, poi aggiungendo un altro farmaco, ezetimibe. Il modello ha monitorato gli esiti di ciascuna strategia nell'arco della vita, inclusi infarti, ictus, aspettativa di vita, qualità della vita e costi sanitari. Risultato della simulazione: il trattamento "guidato” dall'ApoB ha superato le altre due strategie, migliorando la salute della popolazione e salvando più vite in modo economicamente vantaggioso. Questo approccio diagnostico e di screening, va detto, risponde alle richieste delle recenti linee guida dell'American Heart Association che raccomandano di iniziare la terapia ipocolesterolemizzante in età più giovane per molti pazienti. “Per questo è sempre più importante identificare con precisione chi trarrebbe maggior beneficio da un trattamento intensivo – è il commento di Kohli-Lynch in una nota”.
Strategie per il futuro
Lo studio lancia un monito importante: occorre andare oltre i valori di Ldl e di colesterolo non-Hdl per decidere quando iniziare e intensificare il trattamento ipocolesterolemizzante. Questi test del colesterolo, pur essendo utili, non forniscono ai pazienti un quadro completo del loro rischio. "La ricerca dimostra in modo convincente che l'apolipoproteina B (apoB) è più efficace nell'identificare i soggetti a rischio, perché quantifica il numero totale di particelle dannose nel sangue – è il commento dell’esperto”. Venendo alla nostra realtà, gli esperti confermano come raggiungere valori bassi di colesterolo Ldl sia basilare per ridurre il rischio infarto. Secondo quanto emerso al convegno “Change in Cardiology “di Torino, in Italia, circa 47.000 decessi ogni anno sono attribuibili al mancato controllo del colesterolo con rischi a cascata soprattutto per le persone con diabete o con una storia di malattia cardiovascolare precedente.
Prevenzione su misura, un modello italiano
A Torino è stato presentato il progetto “Clear Pathway,” sviluppato in Piemonte e Valle d’Aosta, che punta a colmare il divario tra linee guida e pratica clinica e a migliorare concretamente la prevenzione degli eventi cardiovascolari maggiori. Il progetto, recentemente pubblicato sul Giornale Italiano di Cardiologia, è stato coordinato da Giuseppe Musumeci, Giuseppe Patti e Ferdinando Varbella, responsabili scientifici del congresso insieme a Federico Nardi, prossimo presidente dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO). Il modello Clear Pathway, già avviato nelle due regioni, punta ora a un’estensione nazionale, coinvolgendo progressivamente altre regioni, tra cui la Liguria sotto la direzione di Italo Porto. L’obiettivo è costruire percorsi assistenziali più efficaci e sostenibili, capaci di incidere concretamente sulla riduzione degli eventi cardiovascolari e sulla tenuta del sistema sanitario. L’iniziativa ha coinvolto 34 cardiologi ospedalieri di 26 strutture tra Piemonte e Valle d’Aosta, portando alla definizione di 20 posizioni condivise su tre aree chiave: strategie di combinazione orale e formulazioni a dose fissa, uso della distanza dal target di colesterolo Ldl come guida alle decisioni terapeutiche e personalizzazione del trattamento in base a specifici profili clinici. Il tutto per ottimizzare l’impiego dei farmaci, considerando che fino al 50% degli infarti colpisce persone senza precedenti eventi cardiovascolari.