Attivare e disattivare a comando l’appetito sarebbe il sogno di chiunque deve mettersi a dieta. E a detta di un nuovo studio, potrebbe non essere poi così impensabile: esisterebbe infatti un interruttore nel cervello, che spinge a mangiare quando si attiva, e interrompe completamente la fame una volta disattivato. O quanto meno, lo fa nel cervello dei topi, stando alla ricerca pubblicata su Cell da un gruppo di neuroscienziati della Columbia University.
Un centro di controllo dell’appetito
Per l’organismo, decidere quando è il momento per avere fame non è semplice. Il cervello lo fa integrando una moltitudine di informazioni, che comprendono il tempo passato dall’ultimo pasto, la presenza di carenze nutrizionali, ma anche l’aspetto e il sapore dei cibi che ci si trova di fronte, e le nostre preferenze individuali. Queste informazioni vengono elaborate da circa una dozzina di aree cerebrali diverse, che devono essere coordinate da una qualche struttura neurale per garantire che l’appetito risponda alle nostre esigenze fisiologiche e ai nostri gusti, evitando eccessi alimentari e inappetenze (quando tutto funziona a dovere, ovviamente).
Una ricerca del 2019 aveva indicato una possibile sede per questa sala di regia dell’appetito: una regione nota come bed nucleus of the stria terminalis (Bnst), o nucleo del letto della stria terminale, una struttura che integra informazioni provenienti da diverse aree del sistema limbico. Mancavano però conferme di quanto, e come, partecipi alla modulazione della fame. È qui che entra in gioco la nuova ricerca.
Lo studio
La scoperta dei ricercatori della Columbia University è arrivata un po’ per caso. Gli esperimenti da cui nasce il nuovo studio nascevano infatti per studiare le aree cerebrali coinvolte nella risposta al sapore degli alimenti. Per farlo, stavano somministrando a dei topi dei cibi zuccherini, per poi studiare quali neuroni si attivassero nel loro cervello in risposta al sapore dolce. E seguendo questa catena di attivazioni neurali, sono arrivati al nucleo Bnst, area verso cui proiettavano i loro messaggi i neuroni attivati dal sapore dolce.
Interessati a comprendere il ruolo di questa regione del sistema limbico, i ricercatori hanno quindi silenziato i neuroni del Bnst, scoprendo un fatto curioso: i topi smettevano immediatamente di mostrare appetito di fronte ad alimenti zuccherini (e non) e di alimentarsi. Facendo l’inverso, e stimolando quindi il nucleo Bnst, gli animali iniziavano invece a ingerire qualunque cosa: acqua, cibo di ogni tipo, e persino perline di plastica.
Verso farmaci e terapie
Per questo motivo, i neuroscienziati della Columbia ritengono di aver individuato un potentissimo interruttore cerebrale dell’appetito. Un bersaglio neurale che, se riuscissimo a influenzarlo anche nella nostra specie, ci fornirebbe il controllo completo sulla sensazione della fame e sul consumo di alimenti. Attivandolo quando necessario, ad esempio per aiutare pazienti in chemioterapia a non perdere l’appetito e a consumare una dose sufficiente di calorie anche durante la terapia. E disattivandolo per aiutare le persone che devono perdere peso.
Nei loro esperimenti, i ricercatori hanno confermato a proposito che i nuovi farmaci anti obesità come il semaglutide agiscono in qualche modo proprio sul nucleo Bnst. Almeno nei topi: il prossimo passo sarà quindi confermare se questa area del cervello svolge un ruolo così essenziale per l’appetito anche nella nostra specie. Se così fosse, diventerebbe un bersaglio preziosissimo per sviluppare nuovi farmaci e terapie indirizzati al controllo della fame e alla perdita di peso.