I farmaci dimagranti di nuova generazione stanno rivoluzionando rapidamente la terapia dell’obesità. Ma in alcuni casi, sono utilizzati anche come scorciatoia per rimettersi in forma in breve tempo, in barba alle linee guida che ne prescrivono l’uso solo in presenza di obesità o di sovrappeso associato a comorbidità. E potrebbe essere questo il caso per un numero crescente di neomamme: uno studio danese indica infatti che negli ultimi anni è aumentato rapidamente il numero di prescrizioni durante i primi sei mesi dal termine della gravidanza, spesso in donne che non li avevano mai utilizzati in precedenza.
Glp-1 in gravidanza
La diffusione degli analoghi di Glp-1 per il trattamento dei problemi di peso non associati a diabete (malattia per cui sono stati sviluppati in origine), è piuttosto recente. E per questo, ancora poco documentata, sia in termini epidemiologici, sia per quanto riguarda gli effetti che possono avere queste molecole in periodi di relativa fragilità, come possono essere appunto i mesi successivi al parto: i farmaci sono controindicati durante la gravidanza e durante l’allattamento, ma per le donne che hanno partorito e non si troveranno ad allattare (quale sia il motivo) la situazione è meno chiara.
Per questo motivo, i ricercatori della University of Southern Denmark di Odense hanno deciso di realizzare un’indagine, e verificare come siano cambiate le prescrizioni di farmaci dimagranti nel periodo del post-partum tra le donne danesi. Lo studio, pubblicato su Jama, ha preso in considerazione tutte le gravidanze avvenute in Danimarca tra il 2018 e il 2024, e quante delle partorienti, anno per anno, hanno ricevuto la prescrizione di un analogo di Glp-1 nei sei mesi successivi al parto.
I risultati
La ricerca descrive una crescita esponenziale di prescrizioni di farmaci anti-obesità avvenuta nel paese intorno al 2022, anno in cui l’utilizzo di queste molecole ha iniziato a prendere realmente piede in tutto il mondo. Tra il 2018 e il 2022 infatti si è passati da cinque prescrizioni ogni 10mila nascite a 34, per poi schizzare fino ad oltre 170 ogni 10mila parti nel 2024. All’inizio del periodo studiato, inoltre, le prescrizioni riguardavano per un terzo il farmaco più vecchio di questa categoria, il liraglutide, e per due terzi il semaglutide, in un terzo dei casi nella formulazione approvata per il trattamento del diabete di tipo 2. Passiamo al 2024, e il 97% delle prescrizioni è diventato semaglutide, nell’89% dei casi in formulazione anti-obesità (arrivata sul mercato solo nel 2022).
Guardando le cartelle cliniche delle neomamme che hanno utilizzato i farmaci anti-obesità è emerso inoltre che prima del 2022 una percentuale più elevata soffriva di diabete già prima di rimanere incinta, e aveva sviluppato un elevato indice di massa corporea in gravidanza, rispetto a quanto avvenuto nel 2022-2024. Nel biennio finale della ricerca, inoltre, le donne a cui sono stati prescritti i farmaci nel 73% dei casi non li avevano mai assunti prima, solo nel 23% avevano una diagnosi di diabete di tipo 2, e nella maggior parte dei casi soffrivano di sovrappeso o obesità già da prima della gravidanza (il Bmi medio è risultato pari a 27, in sovrappeso quindi, ma sufficiente per una diagnosi di obesità).
Cosa significa?
L’identikit delle donne in trattamento con analoghi di Glp-1 post-partum nel periodo 2022-2024 sembra indicare che si tratta sempre più spesso di persone che decidono di usare i farmaci per perdere i chili in più accumulati in gravidanza – o per affrontare finalmente problemi di peso preesistenti – e non di pazienti che necessitano di riprendere la terapia contro il diabete, o un trattamento anti-obesità iniziato prima di rimanere incinte. Un fenomeno che andrebbe indagato meglio, secondo gli autori dello studio, perché gli analoghi di Glp-1 – stanti le conoscenze attuali – non dovrebbero essere utilizzati con leggerezza dalle donne che pianificano una gravidanza.
“Gli analoghi di Glp-1 hanno indicazioni precise per il loro utilizzo: vanno evitati durante la gravidanza, perché abbiamo indizi di una loro tossicità fetale negli studi su animali, così come durante l’allattamento, visto che possono introdursi nel latte materno e raggiungere in quel modo l’organismo del neonato”, spiega Luca Busetto, professore di medicina interna dell’Università di Padova, ex presidente della Società Italiana Obesità e vicepresidente European Association for the Study of Obesity. “Sono informazioni presenti anche sui libretti informativi, e quindi posso assicurare che qui in Italia vengono rispettate da chi li prescrive. A parte questi due paletti, non ci sono controindicazioni specifiche legate alla nascita di un figlio, né dati che facciano sospettare pericoli per le donne che hanno appena partorito. Per questo motivo mi è difficile commentare nello specifico la situazione che emerge dallo studio danese. Prescrivere analoghi di Glp-1 a donne che non allatteranno è una scelta legittima che spetta al medico. Se in Danimarca li prescrivono anche in allattamento, allora effettivamente potremmo trovarci di fronte a una situazione anomala”.