SE L'IMMUNOLOGIA a è la nuova strada per combattere alcuni tipi di cancro, individuare il paziente giusto, quello su cui la terapia ha più chance di successo, non è così facile. E se lo dice Michele Maio, che di immunologia applicata all'oncologia è il capostipite, c'è da crederci. "Non ci sono marcatori predittivi - racconta al recente congresso dedicato alla cura del cancro a Firenze per Motore Sanità - e non sappiamo per quanto tempo dobbiamo utilizzarla. Il vaccino si fa una volta e poi il sistema immunitario va da solo. E' probabile che possa funzionare così anche con l'immunoterapia ma non lo sappiamo. Dobbiamo cercare marcatori predittivi di risposta, che variano da tumore a tumore, e dobbiamo capire perché l'immunoterapia funziona solo nel 30-40 per cento dei pazienti. Gli altri purtroppo non rispondono. Stiamo comprendendo tanti meccanismi ma non abbiamo ancora risposte. E quelle che credevamo di avere si stanno rivelando spesso sbagliate. In futuro sapere quali pazienti possono trarre vantaggio dall'Immunoterapia cambierà la storia di molte malattie". Bersagli intelligenti, proiettili d'argento, sperimentazioni. Oggi l'oncologia cerca di tenere insieme scienziati, economisti, bioeticisti, management e industria. "È una scommessa che porta il tema cancro in una dimensione più ampia", ragiona Gianni Amunni, direttore Ispro. Una scommessa che ha costi non indifferenti per il sistema sanitario. E anche per l'Inps. Considerato che tra il 2001 e il 2015 ha erogato pensioni di inabilità e assegni di invalidità per 14 miliardi di euro a pazienti con tumori. Con 22,7 milioni di prestazioni riferite a neoplasie. "Dobbiamo coniugare il valore della terapia con quello economico e sociale - premette Francesco Saverio Mennini, professore di Economia Sanitaria a Roma Tor Vergata - perché il valore di un farmaco non sempre coincide col prezzo. E bisogna calcolare i costi che il Servizio sanitario sosterrebbe in assenza di farmaci efficaci disponibili correntemente. E vincere la sfida che è quella di curare tutti".