"IN ospdale sono al sicuro". Ne sono convinti, a buona ragione, coloro che, da pazienti, mettono piede in una struttura ospedaliera. Ma questo senso di sicurezza è fondato fino a un certo punto. Perché se in giro per la città e nei luoghi pubblici siamo esposti a una miriade di infezioni (coronavirus docet), ce ne sono tante altre, aggressive e potenzialmente letali, che abitano proprio in ospedale. Senza fare allarmismi, è soprattutto dalle procedure chirurgiche che arrivano le minacce più concrete. Da tempo, la comunità scientifica si interroga sulle infezioni ospedaliere , sui numeri in aumento e sulle misure necessarie per tenerli a bada. Non è un caso che, oltre a ragioni puramente economiche per limitare la spesa sanitaria, si tenda sempre più a ridurre le degenze e a incentivare la medicina territoriale e il Day surgery. Della serie: “Prima si esce dalla corsia, meglio è”. Al netto di facili battute, il quadro e le proiezioni sono drammatiche. In Italia, ogni anno circa 500 mila pazienti (5-8% dei ricoverati) contraggono infezioni che ormai uccidono più degli incidenti stradali: tra 4500 e 7000 morti le prime contro i 3500 dei secondi. Come sempre, a correre maggior pericolo di beccarsi un batterio-killer sono i soggetti appartenenti alle fasce più fragili. E' questo il tema della copertina del prossimo numero di Salute, in edicola con repubblica domani 3 marzo. Sul prossimo numero di Salute parleremo anche dell’uso dell’intelligenza artificiale per fare diagnosi, di terapie per riprendere a camminare dopo una lesione del midollo spinale. E dei poteri terapeutici dell’acqua