ROMA - La Corte Costituzionale assesta un altro colpo alla legge 40: la norma che impedisce l'accesso alla fecondazione medicalmente assistita e la diagnosi pre-impianto alle coppie fertili con gravi patologie genetiche trasmissibili al feto, mette a rischio la salute della donna, la espone all'aborto e in questo senso non è neppure improntata a un principio di tutela del nascituro. Oggi sono state depositate le motivazioni. FOCUS: FECONDAZIONE ASSISTITA La decisione, nei suoi termini essenziali, era già stata resa nota a metà maggio, dopo la camera di Consiglio. Ora la Corte ha depositato le motivazioni, che a breve saranno pubblicate in Gazzetta Ufficiale - spiegano i legali che hanno seguito il caso - riaprono le speranze per le coppie finora gravemente penalizzate da questo divieto. Tra loro, due coppie che hanno promosso i ricorsi al tribunale di Roma arrivati fino alla Consulta. COME FUNZIONA LA PROCREAZIONE ASSISTITA La norma dichiarata incostituzionale viola il "diritto alla salute della donna. Senza peraltro che il vulnus così arrecato - spiega la sentenza - possa trovare un positivo contrappeso, in termini di bilanciamento, in una esigenza di tutela del nascituro, il quale sarebbe comunque esposto all'aborto". Inoltre "non consente (pur essendo scientificamente possibile) di far acquisire 'prima' alla donna una informazione che le permetterebbe di evitare di assumere 'dopo' una decisione ben più pregiudizievole per la sua salute". Qui il riferimento è alla diagnosi pre-impianto, finora negata e proprio a chi ha patologie trasmissibili al feto. In 10 anni la legge 40 che regola la procreazione medicalmente assistita in Italia ha già visto per 28 volte l'intervento dei tribunali (con 19 "bocciature") e la "riscrittura" di alcune sue parti con sentenza della Corte Costituzionale. Sono quattro i "pilastri" della legge sulla fecondazione in vitro già abbattuti dai giudici: il divieto di produzione di più di tre embrioni, l'obbligo di impianto contemporaneo di tutti gli embrioni prodotti, su cui è intervenuta appunto la Consulta nel 2009, e il divieto di diagnosi preimpianto fino ad arrivare al divieto, cancellato, di fecondazione eterologa. Ora, invece, sarà permessa, insieme al ricorso al tecniche di fecondazioni assistita, alle coppie portatrici di quelle stesse gravi malattie che permettono l'aborto terapeutico in base alla legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza. Malattie che devono essere accertate da apposite strutture pubbliche. In questo modo la sentenza si ancora a una norma consolidata, la 194 appunto, e chiama il Servizio sanitario nazionale a 'garante'. Con un intervento che non crea alcun vuoto normativo, fanno notare gli avvocati che hanno rappresentato i diritti delle coppie, Filomena Gallo, Segretario dell'Associazione Luca Coscioni, Gianni Baldini, Angelo Calandrini. D'ora in poi, quindi, se il medico riterrà che sussista un pericolo per la salute fisico-psichica della donna a seguito di una gravidanza con un feto affetto dalla patologia genetica, allora potrà disporre l'indagine pre-impianto, spiegano i legali. La decisione apre all'evoluzione delle tecniche per una individuazione delle patologie, con un richiamo al legislatore ad aggiornare norme e indicazioni in linea con l'evoluzione della scienza. "Con tale spirito oggi dopo questa buona e giusta sentenza, chiediamo al legislatore - affermano gli avvocati - di cancellare il prossimo divieto che presto sarà all'esame della Corte Costituzionale: il divieto di utilizzo di embrioni per la ricerca scientifica". "Non si profila nessun vuoto normativo" e "le coppie fertili affette o portatrici di malattia genetica potranno accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita e a indagini cliniche diagnostiche sull'embrione", hanno spiegato i tre avvocati delle due coppie ricorrenti. Per accedere alla diagnosi - hanno sottolineato gli avvocati - un medico dovrà certificare che quella coppia è portatrice o affetta da patologia genetica: questo per esigenza di cautela "al fine esclusivo della previa individuazione di embrioni cui non risulti trasmessa la malattia del genitore comportante il pericolo di rilevanti anomalie o malformazioni (se non la morte precoce) del nascituro, alla stregua del medesimo "criterio normativo di gravità" già stabilito dalla legge sull'interruzione volontaria della gravidanza. In altre parole "se il medico ritiene che sussista un pericolo per la salute fisico-psichica della donna a seguito di una gravidanza con un feto affetto dalla patologia genetica, allora può disporre l'indagine pre-impianto. Quindi, come si ha diritto all'aborto terapeutico oltre il terzo mese di gravidanza, dopo aver fatto l'amniocentesi, così la coppia potrà accedere alla fecondazione medicalmente assistita e fare subito la diagnosi pre-impianto e sussistendo i requisiti si può decidere di non procedere all'impianto dell'embrione".