Il Gusto

Arianna Occhipinti: "In un vigneto ho trovato la felicità"

Arianna Occhipinti: "In un vigneto ho trovato la felicità"
Siciliana, 31 anni e una grande passione per il vino. Dice: "Mi piace farlo ma pure raccontarlo, è un mondo pieno di intimità "
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Arianna Occhipinti, giovane vignaiola siciliana, ha la testa sulle spalle e i piedi per terra; e per fortuna non viceversa. Nella generale deriva modaiola che oggi imbarca cuochi ("chef") e produttori di vino tra gli artisti, i navigatori e perfino i santi della patria, lei mantiene una discreta calma. Non si sente Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, come diversi suoi colleghi ormai persi nella megalomania. Si concentra sul coltivare uve sane, per poi trasformarle in vini aggraziati, facili da bere ma tutt' altro che banali.

Certo, non è all' estremo opposto una persona timida: pochi mesi fa ha affrontato con decisione l' oceanica platea del Primo Maggio, parlando sul palco del suo lavoro e delle sue convinzioni. A 31 anni ha già raggiunto risultati che molti suoi colleghi raggiungono a 31 anni e mezzo, o a 32, e produce vini di grande qualità. Li accomuna una struttura snella, una grande naturalezza espressiva e una pericolosa bevibilità. «Ho ereditato la passione per la vigna da mio zio Giusto, che fa vino a Vittoria», ricorda.

«Con lui ho mosso i primi passi in cantina, le prime passeggiate nel vigneto. Mio padre non è viticoltore, ma mi ha trasmesso l' amore per la campagna e il vino è arrivato tardi. E forse meglio così, dato che è stata una scelta. Ho studiato Viticoltura e Enologia a Milano ed è nata una grande passione, il desiderio di un lavoro, il ritorno in Sicilia». La determinazione di partenza, tuttavia, non è quella di seguire la moda. «Quello che mi ha folgorato del mondo del vino non è mai stato il suo lato modaiolo, ma quello più intimo, il gesto artigiano, il suo legame al territorio e all' uomo». Non poteva scegliere forse periodo storico migliore. Il vino siciliano è passato infatti in pochi lustri da un medioevo sonnacchioso a una fama planetaria grazie a uve cosiddette internazionali e a tecniche produttive in certi casi fin troppo spinte. Oggi è in atto un meditato ritorno alle tradizioni sia in termini di uso di varietà locali che di tecniche meno interventiste. La silhouette che Arianna disegna nei suoi vini, infatti, non è certo quella massiccia e ostentativa dei rossi anabolizzati di qualche anno fa.

Afferma sicura: «Cerco di avvicinarmi a quello che il Frappato e il Nero d' Avola a Vittoria sono davvero: vini eleganti, freschi, ma anche sanguigni. Due personalità forti in una terra che spesso fa vini molto più concentrati». La storia dei primi successi del vino siculo non sembra appassionarla. «Quando studiavo, amici produttori mi raccontavano degli anni 80 e 90, anni di grandi cambiamenti, anni in cui il vino abbandonava la sua vecchia immagine e diventava sempre più un prodotto di élite. I produttori iniziavano a viaggiare per il mondo con le loro bottiglie. L' enologia e l' uomo con le sue scelte erano il fulcro di tutto. L' agricoltura, quasi nulla. Le tradizioni non erano qualcosa da custodire in modo prezioso, ma un peso del quale liberarsi». Ora il vento è girato. «Capisco di essere stata parte di un cambiamento molto più importante di quello precedente: cercare di prendere ciò che di buono si è fatto in quegli anni ma soprattutto recuperare un' artigianalità e un' agricoltura sana». Idee chiare, insomma.

E un carattere deciso. Anche se molto giovane, Arianna ha dimostrato di saper gestire il circo mediatico che oggi ruota intorno al vino senza farsi intimidire e allo stesso tempo senza un ossessivo presenzialismo. «In me coesistono due lati», sottolinea, «una parte legata al mio lavoro in vigneto e in cantina; un ruolo che dovrebbe significare tenersi alla larga dai riflettori. E una legata alla mia età e all' epoca in cui vivo: è una fase storica nella quale i social media, la comunicazione sono il nostro pane quotidiano. Il vino mi piace farlo, ma pure raccontarlo». Arianna è anche fresca autrice di un libro autobiografico, Natural Woman. Il titolo, un po' anglofono per una produttrice che mira al bucolico/essenziale, prelude a un volume sincero e diretto. «L' ultimo anno è stato intenso, l' esposizione mediatica non indifferente per una ragazza che di mestiere fa tutt' altro. Penso che la mia storia - e quella dei miei vini - possa essere d' aiuto a qualche giovane disorientato per prendere più fiducia in se stesso e nelle sue idee. Oltre a comunicare che l' agricoltura non è solo sofferenza e abbandono, ma può trasformarsi in felicità. Ho cercato di raccontarlo sul palco del concertone lo scorso Primo Maggio a Roma. Dagli urli dei ragazzi ho sentito salire gioie e speranze. E questo, in quel momento, mi ha reso molto felice».
(21 novembre 2014)