Il Gusto

Niente curry, siamo inglesi. L'inarrestabile declino di una tradizione (importata)

Niente curry, siamo inglesi. L'inarrestabile declino di una tradizione (importata)
Il Chicken Tikka Masala era uno dei piatti "nazionale" inglese, eredità del passato coloniale. Ma ormai è stato surclassato dalla pasta al pomodoro. E le classiche curry house stanno velocemente scomparendo
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C’era una volta il ristorante tradizionale inglese. Tra poco potrebbe non esserci più. Non si tratta dei pub che servono fish and chips, sebbene anche quelli ormai stiano scomparendo, bensì delle “curry house”, i ristorantini economici e pittoreschi di cucina indiana. Cucina che fa grande e prevalente uso di curry, micidiale miscela di spezie orientali piccanti. Un ingrediente che, servito in particolare con il pollo, è stato adorato per secoli dai palati del subcontinente indiano, è stato poi importato a Londra al tempo dell’Impero britannico ed è rimasto popolare anzi popolarissimo fino a non molto tempo fa.
 
Ma ora per la “curry house” è iniziato il declino. In tutta l’Inghilterra chiudono due o tre ristoranti di curry alla settimana. L’Associazione Ristoranti Asiatici prevede che ne chiuderanno un terzo, su un totale di 4 mila, entro i prossimi due anni. I motivi sono molteplici. Da un lato si sono evoluti e sono cambiati i gusti del pubblico: una volta il ristorante indiano, come e più di quello cinese, era l’unica alternativa esotica a una gastronomia inglese che non era molto eccitante, mentre oggi la globalizzazione ha portato a Londra e in ogni altra città del Regno Unito tutti i tipi di cucina del mondo, non solo delle varie nazioni ma perfino delle singole regioni, come prova il fatto che ormai nella capitale non si va più a mangiare semplicemente in un ristorante italiano ma in un ristorante toscano, veneto, pugliese, calabrese e così via. Dall’altro è cambiata anche la percezione del ristorante indiano, non più visto come un posto dove mangiare piatti gustosi con pochi soldi ma a sua volta diventato più raffinato, specializzato e costoso. “Quando arrivai in Gran Bretagna una decina d’anni fa, pensai che c’erano non più di quattro o cinque grandi ristoranti di cucina indiana”, dice al Guardian un famoso chef di Nuova Delhi. Adesso di grandi ristoranti indiani ce ne sono di più. Ma ci sono meno “curry house”.
 
Un’ulteriore ragione è che, non solo calano i clienti, calano anche i cuochi. Nuove leggi per limitare l’immigrazione hanno reso più difficile ottenere un visto per venire a fare questo mestiere nel Regno Unito dalle regioni asiatiche famose per saper cucinare il curry, al primo posto il Bangladesh, da cui provengono l’80 per cento dei cuochi di questa pietanza. Le norme richiedono che lo chef in questione possa guadagnare almeno un salario di 35 mila sterline l’anno, mentre la media reale dei guadagni della categoria è tra 22 mila e 25 mila, appena al di sotto del reddito medio nazionale. La popolazione britannica di origine asiatica era stata invitata dal fronte della Brexit a votare per l’uscita dall’Unione Europea, nel referendum del giugno scorso, con lo slogan “salvate la curry house”: e il 30 per cento circa ha effettivamente votato così, pensando che sarebbero arrivati meno immigrati dall’Europa e ci sarebbe stato più posto per quelli dalle ex-colonie di Londra. Ma adesso hanno scoperto che non è così.
 
Un altro motivo ancora è che i giovani, i figli o nipoti dei cuochi e ristoratori di curry che nel dopoguerra aprivano i loro locali in tutta l’Inghilterra, non vogliono ritrovarsi tra i fornelli a odorare di cipolla: scelgono altre occupazioni, che ritengono più socialmente prestigiose. E una motivazione finale è che le grandi catene di supermarket offrono piatti al curry, già pronti e confezionati, pronti per il forno a micro onde e poi per portarli in tavola, alla metà o a un terzo del prezzo sul menù, pur non dispendioso, di una curry house. Se si può mangiare pollo al curry per 3 sterline a casa propria, perché spenderne 6 o 9 per mangiarlo al ristorante? Così il tramonto del curry è in realtà soprattutto il tramonto della curry house, anche se pure al supermercato il pollo al curry non è più il piatto maggiormente venduto: oggi lo hanno surclassato gli “spaghetti alla bolognese” (anche se un bolognese li chiamerebbe “al ragù”).
 
 Sommati insieme tutti questi fattori, si può dire addio a una vecchia tradizione. Appena quindici anni fa il ministro degli Esteri britannico Robin Cook fece un famoso discorso in parlamento dichiarando che il “chicken tikka masala” era diventato il piatto nazionale britannico, la prova della capacità di questo paese di “assorbire l’influenza esterna e adattarvisi”. In effetti anche il curry si è adattato agli inglesi, servendolo in una forma meno ferocemente piccante di come viene servito nelle case del golfo del Bengala. Ma adesso un settore che impiegava 100 mila persone, con un giro d’affari di 4 miliardi di sterline l’anno, è sul viale del tramonto. Il piatto nazionale britannico, secondo l’ufficio statistiche, oggi è la pasta al pomodoro.