Settembre 2018, a Dolceacqua arriva Suzukii in vigna e fa più danni di un cinghiale! A raccontare di questo temibile insetto sono i viticoltori stessi, attaccati, feriti e costretti a vendemmie ridotte, come se le cose lassù non fossero già abbastanza complesse.
Ma chi è Suzukii (nome scientifico Drosophila Suzukii)? Un insetto originario del sud-est asiatico, con due occhioni rossi e una silhouette bruno-dorata; ama i frutti ben maturi, inclusa l’uva ovviamente, e causa danni irreversibili soprattutto se la buccia è sottile. Le femmine incidono gli acini maturi con l’ovodepositore seghettato e depongono le uova, in meno di due settimane le larve si trasformano in “pupe” e iniziano a nutrirsi della polpa, divorando il frutto. Possono anche causare infezioni batteriche e fungine a discapito di tutti i grappoli e, in assenza di efficaci antagonisti naturali, Suzukii si diffonde indisturbato; al momento gli unici rimedi sembrano essere la cattura massale attraverso l’uso di bio-trappole con esca alimentare (a base di aceto di mele, vino rosso e zucchero di canna) che consentono di catturare gli esemplari adulti; oppure le esche preventive che puntano alla confusione sessuale e quindi a limitare la riproduzione. Suzukii si è mosso a macchia di leopardo a Dolceacqua, andiamo a vedere cosa è successo a casa di alcuni viticoltori.
ROSmarinus, Località Trumé, Perinaldo.
Marco Blancardi scrive le coordinate per arrivare da lui, perché non c’è navigatore che tenga: “Bisogna salire la vallata passando San Biagio, poi Soldano, fin quasi ad arrivare a Perinaldo ma poco prima del paese bisogna girare a sinistra dove c’è il bivio per Apricale; la strada è molto stretta, bisogna salire fin su. Siamo la terza casa in cresta, alla destra, davanti si vede lo sterrato che porta alle nostre campagne”. Ed effettivamente di campagna si deve parlare, visto il lavoro fatto dal ’95 per disboscare e recuperare vecchie vigne e uliveti abbandonati. Un lungo percorso passato per la coltivazione di erbe aromatiche, per la produzione di oli essenziali e per la scelta, fatta nel 2009, di convertirsi alla coltivazione biodinamica, fino alla certificazione BIO ottenuta nel 2015, quando oramai vino e olio sono diventati il core business della piccola azienda a conduzione familiare.
“Quest’anno Suzukii è venuto ad affaticare un’annata già complicata a causa dell’umidità, ha colpito più da queste parti che a valle, infatti non ho avuto tanti problemi a San Biagio, dove ho una vigna in affitto (Posaú)”, racconta Marco e aggiunge “ho dovuto controllare grappolo per grappolo e tagliare via le parti oramai marce; ho portato in cantina la metà dell’uva”. Avvenimenti naturali come questo, spaventano? “Bah, ogni anno ce ne è una. Nel 2017, ad esempio, un cinghiale è entrato in vigna a San Biagio e ha mangiato praticamente tutto, ha lasciato solo 15 cassette d’uva con cui ho preparato il pied de cuve per le 3700 bottiglie di Rossese Dolceacqua Alpicella”. Le difficoltà possono far sorgere dubbi sulla strada intrapresa? “Non ho mai avuto piena consapevolezza di quello che stavo facendo, probabilmente nel corso degli anni ho agito solo istantivamente; all’università ho studiato medicina senza arrivare alla laurea e, mentre a casa mi spingevano a seguire la strada segnata da mio padre nell’edilizia, mi ritrovavo sempre più spesso in questo vecchio casale di famiglia a occuparmi della terra e delle erbe aromatiche: fino a che ho preso la mia strada compromettendomi per sempre. Ogni volta che leggo “L’iniziativa” di Goethe, penso che sia stata scritta anche un po’ per me”.
Ka Manciné, Soldano
Maurizio Anfosso mostra le sue due vigne, Galae e Beragna, con un sorriso che irradia; non è solo orgoglio o affetto per quella terra, è anche una questione legata al suo atteggiamento verso la vita in generale, sempre molto positivo: “Arrivo dove posso, mi godo la famiglia, il lavoro, la vita e mi accontento di quello che ho, nel senso che ne sono contento”. Suzukii che danni ha fatto qui? “Mi è arrivata la voce che c’era questo problema in zona, così ho controllato l’uva e, visto che era matura, l’ho raccolta subito; non ci sono stati danni nelle mie vigne, si sono salvate”. Una gran fortuna mista a bravura, sesto senso o cosa? “Ah non saprei, ma io ho sempre sostentuto che nella vita ci vuole più fortuna che denaro”. Galae muove a sud est, Beragna a nord, sono una di fronte all’altra e insieme producono circa 20mila bottiglie all’anno. A guardarle dall’alto si aprono in una distesa di alberelli, sostenuti a tratti dai muretti a secco, sembrano nascoste nella vallata e gli accessi si mimetizzano nei boschetti che costeggiano i tratti sterrati. Fino agli anni '60 erano gli asini a portare l’acqua in groppa dal paese, salendo impervi sentieri in mezzo alla macchia, poi grazie a una delibera regionale fu possibile accedere ai fondi per l’irrigazione meccanica.
Anfosso Alessandro, Soldano.
Alessandro Anfosso rileva dall’anziano padre circa 1,3 etteri di vigna in località Poggio Pini nel 2002 e insieme alla moglie Marisa Perrotti decidono di dedicarsi al vino, prendendo ulteriori 3 ettari a San Biagio (Luvaira) e un altro mezzo ettaro a Foulavin. “Io per fortuna ho dato un prodotto bio che costava una fucilata, dovevo risolvere il problema che ogni anno ho con il mal dell’esca, forse quello mi ha salvato anche da Suzukii. Si tratta di un olio minerale con aggiunta di ozono, l’ho dato solo 2 volte e pare sia andata bene. Un collega che ha la vigna sotto la mia a Poggio Pini ha perso tutto, ma forse lì c’erano ancora meno antagonisti naturali e non c’è stato scampo; a quel punto era inutile passare anche i trattamenti”. Le piante lasciate dal papà di Alessandro sono ultracentenarie, si arrampicano e scavano sotto la roccia, sono d'impressionante bellezza; da una parte evocano fragilità con i tronchi lacerati dai solchi e con le forme piegate dal tempo, dall’altra invece richiamano tenacia e resilienza, sanno evidentemente adattarsi ai cambiamenti nel tempo.
Pisano Danila, Apricale.
Tino Amalberti e Danila Pisano, impegnati dal 1990 nella loro azienda agricola, sono due persone molto diverse tra loro: rubicondo e solare lui, asciutta e rigorosa lei. Circa un ettaro di vigna in 4 appezzamenti distanti tra loro: il cru “Savoia” con i suoi 20 anni di vita tra Soldano e Perinaldo; la vigna “sopra casa” di circa 1000 metri piantata da Tino degli anni ’90, “Bramusa” e “ vigne vecchie” sempre nel Comune di Soldano, piantate dal papà di Tino intorno agli anni ’70. L’azienda agricola coltiva anche uliveti e frutteti, cosa avrà dunque combinato Suzukii? “A Savoia non si è visto, mentre ho perso tutto nella vigna sopra casa. Danila era andata dieci giorni prima della vendemmia a dare un’occhiata e sembrava tutto a posto, poi un giorno mi ha chiamato e mi ha detto che l’intera vigna era in malora, l’ho sentita disperata e sono corso a vedere con i miei occhi. L’insetto ha colpito anche "vigne vecchie", abbiamo perso circa 10 quintali d’uva”.
Testalonga Perrino, Dolceacqua
Antonio, detto Nino, è l’anziano del gruppo, il punto di riferimento, l’ago della bilancia, il pacificatore d’animi. Uomo gentile dall’approccio empatico e dalle riflessioni lucide. La sua piccolissima cantina è oramai diventata famosa a Dolceacqua, un micro spazio dove quasi sembra impossibile si possa vinificare, imbottigliare e ricevere curiosi, eppure è così. Purché ogni cosa avvenga nel giusto tempo. Le sue vigne sono ad Arcagna e Casiglian, due ettari con il progetto di aggiungerne un terzo. Le vicissitudini degli ultimi anni hanno fatto incontrare professionalmente Nino e sua nipote Erica che, stanca della precedente vita da impiegata a Montecarlo, stimolata dal desiderio di vivere più tempo in famiglia e turbata dalla possibilità che l’azienda dello zio potesse venir meno nel corso degli anni, ha deciso di lavorare con lui. A distanza di cinque anni non si è pentita e la coppia Perrino è affiatatissima.
Il giro a Dolceacqua inseguendo Suzukii si conclude con due produttori tra i più attivi nel ridare vitalità e visibilità al territorio, non solo cercando di far conoscere i propri vini ma lavorando in una logica di squadra, affinché il valore dell’intera zona vitivinicola ligure ai confini con la Francia, venga scoperto e apprezzato nel mondo. Sono Filippo Rondelli di Terre Bianche a Arcagna e Giovanna Maccario di Maccario Dringenberg a San Biagio della Cima.
Anche le vostre vigne sono state in parte colpite da questo insetto e avete avuto un deficit nella produzione 2018, cosa pensate di fare per tutelarvi in futuro?
“Se l’intento è quello di restare dentro logiche Bio come nel mio caso, pur non essendo ancora certificato, sarà difficile combattere contro Suzukii perché non è possibile utilizzare insetticidi - spiega Filippo Rondelli -. Secondo me bisogna agire in via preventiva, evitare che l’insetto si annidi tra i nostri filari”. E aggiunge, “con l’aiuto di tecnici stiamo cercando di capire quale strategia adottare, anche perché ancora non sappiamo se le condizioni climatiche della prossima stagione saranno favorevoli o meno al proliferare di questa drosophila”.
“Quello che posso aggiungere è che Suzukii ha colpito solo le uve rosse, lasciando indisturbati i filari in bianco. Mi sono incuriosita e ho chiesto a un enologo quale potesse essere la motivazione, forse la risposta è nella tipologia di lieviti che si formano intorno agli acini, la loro peculiarità potrebbe attrarre questo insetto. Ad ogni modo qui non si era mai visto prima e la 2018 è stata un’annata particolarmente umida”.
Il momento più delicato è proprio settembre? “Sì, ma io guardo con sospetto anche luglio, bisogna fare in modo che non ci siano le condizioni per la sua proliferazione. L’osservazione è la chiave di tutto: più si guarda ciò che accade con sensibilità e più possibilità ci saranno di prendersi cura della vigna nel tempo che verrà”.