Un enorme variopinto deltaplano. A questo Carlo Alberto e Anna Lucia Bauer, autori di un testo fondamentale sulla storia e cultura dell’enogastronomia trentina, paragonano il Teroldego, vitigno che “decollato chissà quando e chissà dove, è andato a incappare via via in forti correnti ascensionali e poi ancora in improvvisi vuoti d’aria che lo sballottavano di volta in volta fra fondovalli, colline e zone pedemontane. Poi, in un’improvvisa e misteriosa convergenza di correnti favorevoli, il nostro immaginifico deltaplano poteva planare con tanta dolcezza ed eleganza di quella vasta piana, arricchita nel lento scorrere dei secoli dagli apporti congiunti del torrente Noce e del fiume Adige alla quale era stato dato il nome ancora nella notte dei tempi di Campo Rotaliano”.
Il Concilio di Trento, summit dei più influenti uomini di chiesa - e dunque politici - fu la prima occasione in cui questo rosso fermo acquisì fama internazionale. Michelangelo Mariani, storico del Concilio, lo cita nelle sue cronache del 1673. E dal 1971 è la prima denominazione di origine varietale riconosciuta in Trentino che ne fa un vanto indiscusso per il comparto vitivinicolo locale.
Di colore rosso scuro, con riflessi granati, il Teroldego seduce con fragranze di frutta matura che richiamano la mora selvatica, il mirtillo e il lampone. Seducente per la sua austera robustezza è possente, quasi carnoso, e avvolgente nella struttura, solida e compatta, di sapore asciutto sapido, equilibratamente tannico, può presentarsi anche in versioni di estrema eleganza grazie un leggero gusto velato di mandorla amara.
L’abbinamento ideale, nemmeno a dirsi, è con i prodotti tipici della gastronomia trentina: carni rosse, salumi e formaggi come il Trentingrana, l’Asiago e il Vezzena giustamente stagionati. Molti i piatti della tradizione più vecchia che trovano nel Teroldego una giusta reciproca esaltazione, dalla polenta e capretto alla polenta e lumache passando per la polenta e funghi.
Temperatura di servizio 16° - 18° C. Ma meglio 20, secondo Bauer.