Ammettiamolo. Ci sono locali la cui fama, nell’era dei social e dell’apparenza, passa per l’immagine simbolo che li accompagna. Così, attirati da uno scatto, capita di affacciarsi in un ristorante per il contesto in cui è inserito, quella scenografia monumentale che solo in tempo di Covid-19 permette di allestire dehors anche nel cuore delle città.
Succede a Roma, dove in spazi prima vietati si sono visti tavolini e sedie impensabili in quei luoghi. Spesso, va ricordati, si tratta di gazebo o arredi indecenti, incomprensibili, barbari. Ma altre volte, poche e rare, sono complementari al paesaggio, in una sorta di scenografia unica che non infastidisce, anzi, rende piacevole e vivibile la città di notte.
Lo abbiamo notato, ad esempio,passeggiando in questi mesi in piazza di Pietra, nel centro storico di Roma, tra la caotica via del Corso e la quiete del Pantheon. Uno slargo chiuso, su una facciata, dai resti del Tempio di Adriano, illuminato di notte e meraviglioso nella sua maestosità. In quella stessa piazza tre locali hanno scelto di allestire, in uno spazio ben distante dal monumento, dehors senza strutture, con tavoli e sedie uguali per tutti. Una scelta composta e che li differenzia dalle accozzaglie acchiappa-turisti che siamo abituati a vedere nel centro storico.
Cosi, quasi per premiare lo sforzo, proviamo ad entrare in uno degli spazi del gusto di piazza di Pietra. Aperta nel 1997 come wine bar, l’Osteria dell’Ingegno negli anni ha cambiato forma e espressione, anche nel menu. Il proprietario, Giacomo Nitti, dopo varie esperienze in America decise di aprire, all’epoca con quattro soci, un locale di ispirazione a stelle e strisce. Un wine bar, appunto, come in un momento storico in cui andavano di gran moda. Poi, cinque anni fa la svolta e la decisione di fare dell’Osteria dell’Ingegno una trattoria moderna dedicata alla cucina italiana, non modaiola, regionale.
Una scelta che ha portato Nitti ad affidare la cucina a tre donne: Francesca, Anna e Lucia, rispettivamente mamma, figlia e zia di origini abruzzesi. La loro è una cucina sincera, senza fronzoli, semplice e quasi casalinga. Non ci sono tocchi da grandi chef, il cliente non li pretende e in cucina vige la filosofia del “fare quel che si sa fare”. Niente di più, niente di meno.
Il menu, soprattutto in questo periodo di post emergenza Covid, cambia costantemente, a seconda della stagionalità dei prodotti e di ciò che si trova sul mercato. In lavagna svettano quindi le proposte del giorno, piatti di carne (macellerie Feroci e Bombelli di Roma) o pesce. Le verdure portano la firma dei produttori di Orme, mentre pasta e pane sono fatti in casa ogni mattina.
Capita allora di iniziare la cena con un fiore di zucca al forno che conserva in tutto e per tutto la sua purezza. Croccante nel suo velo di pangrattato che lo avvolge, all’interno conserva un cuore di ricotta mantecata con un’aroma di erbette davvero piacevole. A completare il piatto, in una sorta di scarpetta da fare con il fiore di zucca, una salsa alla puttanesca fresca e delicata (11,50 euro).
Pura e tradizionale la panzanella alla romana (14,50 euro), morbida e ben condita, accompagnata dai totanetti di CIvitavecchia al vapore. Un mix di consistenze che sa di Città eterna e cene in terrazze.
Ricorda i piatti della nonna (e piace) la parmigiana estiva di melanzane con pomodori datterini e bufala (12,50 euro). Così semplice e riconoscibile da non avere bisogno di descrizioni, ma solo di un bis.
Un inizio di pasto ben riuscito, rovinato però da un primo in cui il tocco di peperoncino è diventato una nota persistente e fastidiosa. Nonostante infatti fosse stato richiesto di non utilizzarlo, a tavola sono arrivate delle orecchiette con fagiolini, gamberi e pesto di zucchine che sarebbero stati ottimi se la sfumatura di piccante non fosse stata una vera e propria ondata. Ben riusciti, invece, gli spaghetti integrali con pomodori, stracciatella e mollica di pane. Leggeri e equilibrati. Forse il piatto migliore.
I secondi? Oltre al pescato del giorno, polpettine di vitello alla saltimbocca con pancetta di Amaseno croccante e patate schiacciato, kebab di pollo con salsa barbecue, tiella di Gaeta e tartare di Fassona (solo per citarne alcuni).
I dolci, vanto del locale, andrebbero assaggiati tutti. Morbidissa e golosa la torta caprese con la salsa ai lamponi: viene servita tiepida e scalda cuore e anima 8,50 euro). Fresche, estive, quasi un richiamo alle merende di un tempo le pesche al vino (aromatizzate con anice e cannella) accompagnate da una pallina di sorbetto al limone.
Una conclusione che fa perdonare qualche pecca della cucina e che lascia il sorriso ricordando una cena dove non si cerca di stupire il cliente, ma lo si conforta con piatti buoni e tradizionali.