Sette. Il numero degli anni che senza soluzione di continuità l'Old Fashioned ha passato in cima alla classifica dei cocktail più venduti al mondo. Classico, granitico, intramontabile questo magico mix di Bourbon, Angostura - giusto due gocce, come quelle di Chanel N°5 indossate da Marilyn Monroe - e sciroppo di zucchero di canna che vanta innumerevoli varianti, da quella low calories senza zucchero a quella con lo Scotch come base principale, come riporta la Difford's Guide. Nome e ricetta sono entrate nell'uso comune più o meno negli anni '60, quando cominciava a passare di labbra in labbra e di ordinazione in ordinazione quel cocktail intenso, con una punta di dolce, che tanto piaceva all'alta società americana, impegnata ad ascoltare musica dal vivo nei club più esclusivi di New York City. E per molti è lì che è nato, negli Usa di American Graffiti, dell'Attimo Fuggente e del Laureato, cristallizzata e raccontata ai più giovani attraverso l'immaginario pop e moderno di Mad Men. Eppure già allora era un mito e il nome è nato proprio da quell'ordinare "un drink alla vecchia maniera" che ripetuto ancora e ancora sotto voce, al bancone del bar, è diventato l'unico nome possibile per questa ricetta. Ma l'origine è avvolta meno di quanto si pensi nella leggenda e nel fumo dei tempi che furono.
Intramontabile, sobrio e sornione: Old Fashioned, il re dei drink
C'è innanzitutto un termine ante quem. Ed è il 1862, l'anno di pubblicazione del Jerry Thomas' Bartenders Guide: How To Mix Drinks, che riporta tra le sue pagine sfogliate e risfogliate dai bartender di tutto il mondo e di tutte le epoche, un antesignano di questo cocktail, ma a base gin: "Schiacciare una piccola zolletta di zucchero in un bicchiere da whisky contenente un po 'd'acqua, aggiungere un cubetto di ghiaccio, due gocce di angostura bitter, un pezzetto di scorza di limone, un jigger di Gin". Il metodo è molto simile a quello che si utilizza ancora oggi, gli ingredienti anche, eppure manca qualcosa, manca l'anima, il bourbon - o il rye whisky -. La realtà, come sottolinea fin dalla prima edizione la Mr. Boston Official Bartender's Guide, era che all'inizio sotto la dicitura "Old fashioned" non si racchiudeva un solo drink, ma uno stile, che racchiudeva sotto lo stesso cappello molte ricette, compreso l'Oaxaca, a base di Mezcal, e una variante con lo Scotch. Il bourbon, in quei racconti, si accompagnava al limite al caffè in una versione fredda.
La storia, quella vera, inizia 18 anni dopo, a Louisville, in Kentucky. Qui nel 1880, secondo una delle storie più accreditate, James E. Pepper, barman di vecchia scuola profondo conoscitore del Bourbon, servì per la prima volta la ricetta come la conosciamo noi oggi al The Pendennis Club, provandola e migliorandola fino a quando non partì per New York, dove la presentò al bel mondo al bar del Waldorf-Astoria, all'iconico 301 di Park Avenue. Un'invenzione che fece presto il giro degli Stati Uniti, o che forse viveva già sotto traccia, senza padri né padroni, se è vero che il 15 febbraio del 1880 il Chicago Tribune racconta che Samuel Tildon, ex candidato Dem alle Presidenziali, si era ritirato dalla corsa alla Casa Bianca e aveva siglato il suo ritorno a casa con, tra gli altri, alcuni drink "old fashioned". Era già il tempo della prima "nobile consacrazione". La prima ricetta codificata la troviamo nel 1895 tra le pagine del Modern American Drinks scritto da George Kappeler, che per primo mise nero su bianco le indicazioni per un drink a base di whisky con questa procedura: "Sciogliere una piccola zolletta di zucchero con un po 'd'acqua in un bicchiere da whisky; aggiungere due gocce di angostura, un pezzetto di ghiaccio, un po' di scorza di limone e un jigger di whisky. Mescolare con un cucchiaino da bar e servire lasciandolo nel bicchiere".
Il bourbon si prenderà la scena solo nel 1936, quando oramai gli anni del proibizionismo erano alle spalle e si cominciava a tirare le fila proprio di tutto quel sottobosco di cocktail, liquori, preparazioni e idee che erano andate proliferando dagli anni '20 in poi. A sancirlo nero su bianco le colonne del New York Times, dove con un po' di preparazione in una mano e un po' di ironia nell'altra, un giornalista raccontava di alcune, improvvisate in tanti casi, ricette che si erano andate diffondendo nei bar della Grande Mela. Tra questi racconti resta iconico il raccondo della creazione pratica dell'Old Fashioned, che veniva raccontato come quel momento in cui "l'affabile e simpatico barista inumidiva una zolletta di zucchero con l'angostura, lasciava cadere nel bicchiere un cubo di ghiaccio, né troppo grande né troppo piccolo, infilava nel tumbler un cucchiaio da bar e passava il tutto al cliente" a cui veniva fornita, e qui si annida l'aneddoto più gustoso, "un'intera bottiglia di buon bourbon dal quale il cliente aveva il privilegio di versare per completare il proprio drink". In poche parole lo scrittore di queste poche righe aveva tratteggiato le due anime di questo drink: da un lato classico e quasi amabile in un modo tutto suo, che lo potevano bere anche le vecchie signore, dall'altro duro, sincero fino allo spasimo, addolcito solo da un tocco leggero di zucchero, privo di quella morbidezza avvolgente che solitamente frutta e agrumi danno ai cocktail. Con le ciliegie chiamate, al limite, a fare solo da guarnizione.
Semplice e proprio per questo facilissimo da sbagliare. Semplice e proprio per questo una "cartina da tornasole", per ogni buon barman che si rispetti, del cliente che ha davanti: che si scelga il Rye Whisky o il Bourbon, che si voglia più o meno zucchero o che si applichi qualsiasi altra variante riconosciuta o no, qualsiasi cosa si chieda di versarci nel bicchiere racconta di noi più di quanto non racconti della storia del drink stesso. Che rimane agganciata alle tradizioni dei tempi che furono.