Italian Tech

Deepfake

La mossa anti-IA di Matthew McConaughey: brevetta se stesso

La mossa anti-IA di Matthew McConaughey: brevetta se stesso

Volto e voce di dell’attore diventano un marchio registrato: ha avviato una strategia legale per proteggersi dal rischio di uso improprio. Ma IA e deepfake rappresentano pericoli che non possono essere sventati dalle azioni dei singoli, per quanto appaiano ragionevoli

3 minuti di lettura

L’attore Matthew McConaughey è un marchio registrato. O, meglio, sono registrati otto brevetti legati a immagini, suoni e momenti iconici dei personaggi da lui interpretati, compresa la sua primissima battuta (Alright, alright, alright!) pronunciata nel film La vita è un sogno del 1993.

Lo US Patent and Trademark Office, l’agenzia federale statunitense che registra e tutela brevetti e marchi, ha approvato le richieste che McConaughey ha presentato per impedirne l’uso in contenuti generati dalle IA.

L’attore di Interstellar ha dichiarato di avere agito anche per contribuire a creare una base giuridica chiara contro le imitazioni non autorizzate.

Stabilire limiti di controllo e consenso prima che sia troppo tardi – non risultano casi di uso improprio di una qualsiasi delle caratteristiche distintive di McConaughey – sembra essere un modo per impedire che i contenuti generati dalle IA possano proliferare, in un momento storico densamente popolato di deepfake che richiama legislatori internazionali e nazionali (Italia inclusa) ad affrontare l’argomento.

I deepfake, McConaughey e la Danimarca

Una mossa in questo senso l’ha fatta la Danimarca: nel tentativo di togliere ossigeno ai deepfake, il governo intende sottoporre al Parlamento un’estensione del diritto d’autore alla persona. Una proposta che mira a modificare la locale legge sul copyright per riconoscere che ogni cittadino – non solo quelli famosi – ha dei diritti legali sulla propria immagine e sui propri tratti distintivi.

In questo modo si vuole evitare che voci, volti e caratteristiche fisiche possano essere usate senza il consenso dei danesi, ai quali viene riservata la facoltà di imporre alle piattaforme di rimuovere i contenuti non autorizzati, pena la richiesta di risarcimenti dei danni causati.

Nel pacchetto di norme vengono escluse le parodie, la satira e le opere creative identificate come tali.

Tuttavia, la mossa di Matthew McConaughey ha qualche limite e copre per lo più soltanto le manipolazioni di video che lo ritraggono.

Infatti, come spiega Marco Ramilli, fondatore e Ceo di IdentifAI, azienda italiana che opera nel campo del riconoscimento dei contenuti creati con le IA: “L’attore ha agito un po’ in anticipo. Oggi non c’è una tecnologia capace di capire quali dati sono stati utilizzati per addestrare un modello di intelligenza artificiale; però, depositando oggi i propri tratti distintivi, McConaughey si è posto in una posizione di vantaggio”.

Difendersi dai fake e dalle manipolazioni

Le IA sono in grado di fare la differenza, riescono a spostare senso e consenso delle persone e, non di meno, sono in grado di farle cadere in trappole e truffe finanziarie.

Al di là di tutto, i deepfake possono anche essere usati come alibi: un personaggio di rilievo che si rendesse conto di averla sparata grossa, può trovare rifugio istillando il dubbio di essere stato oggetto di una manipolazione. Il deepfake può diventare il nuovo “mi hanno hackerato l’account”.

Da qualsiasi posizione li si guardi, i fake sono fenomeni di difficile interpretazione che possono disorientare le pubbliche opinioni; secondo il World Economic Forum, la disinformazione AI funziona soprattutto perché sfrutta la velocità e l’emotività, non perché sia tecnologicamente perfetta.

Pure non esistendo una soluzione magica, ci si può difendere partendo da alcuni presupposti. Non potendo più fidarci di ciò che vediamo e ascoltiamo, è opportuno conoscere l’origine dei contenuti che consumiamo. Diverse aziende tecnologiche e dei media stanno lavorando a sistemi che indicano chi ha creato un’immagine o un video, quando e con quale strumento.

Un esempio è la Content Authenticity Initiative, sostenuta da Adobe, Microsoft, BBC e altri grandi gruppi, che punta a inserire informazioni verificabili direttamente nei file multimediali. Altre risorse online restituiscono la probabilità di artificialità dei contenuti caricati.

Sul piano della difesa personale si può fare poco, come sottolinea Marco Ramilli: “Se si vuole evitare che un’IA venga addestrata con i propri dati ci sono tecnologie acerbe, piattaforme prototipali che, presa una fotografia reale, scandaglia il web per cercare contenuti simili, al fine di scoprire eventuali fake o impersonificazioni. Ma sono tecnologie non troppo funzionali che possono restituire falsi positivi”.

Ognuno può prendere le proprie precauzioni, continua Ramilli: “Possiamo non condividere foto con le IA, controllando che le risorse online su cui postiamo abbiano una End users license agreement (Eula) che garantisca non vengano usate IA sui dati caricati”.

Allargando lo spettro al livello globale, invece, la situazione si fa ancora più complessa.

La Spagna, per esempio, ha annunciato norme più severe contro l’uso non consensuale di immagini artificiali. L’Unione europea, con l’AI Act, impone obblighi di trasparenza su contenuti generati artificialmente. Non fermano i fake, ma alzano il costo legale di produrli.

Al di là degli interventi dei legislatori, al di là delle misure introdotte dalle piattaforme che si impegnano a segnalare come tali i contenuti artificiali ed eventualmente a rimuoverli, la migliore difesa rimane e rimarrà lo spirito critico, perché immaginare internet e il web completamente privi di fake è impossibile.

Quella delle distorsioni operate grazie alle IA è una realtà alla quale dobbiamo abituarci, per questo motivo è importante sapere riconoscere i contenuti genuini da quelli artefatti.

L’alternativa percorribile

Un’alternativa più efficace esiste, almeno secondo l’opinione del responsabile operativo di Instagram Adam Mosseri: certificare i contenuti veri per non dovere assolvere il compito ben più difficile di smascherare quelli falsi. Per poterlo fare, però, servono standard condivisi e ciò coincide con la volontà all’unisono delle tante parti in gioco.

L’idea non è bloccare la tecnologia, ma rendere chiaro quando un contenuto è “sintetico”, evitando che venga scambiato per reale. La difesa non sarà un singolo strumento, ma una combinazione di trasparenza, regole chiare e attenzione umana.

Non torneremo a fidarci delle immagini, dovremo imparare a conoscere bene i contesti per potere riconoscere quelle vere da quelle che non lo sono.