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Lo scontro

I guru dell’IA litigano sul futuro del lavoro

Yann LeCun, scienziato ed ex AI Chief Scientist di Meta
Yann LeCun, scienziato ed ex AI Chief Scientist di Meta 

Yann LeCun bacchetta le previsioni negative di Dario Amodei, chiedendo a chi si occupa di IA di non parlare del futuro del lavoro e di lasciare agli economisti il compito di farlo

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Alla fine del mese di maggio del 2025 il Ceo di Anthropic Dario Amodei ha previsto che il 50% degli impieghi di basso livello sarebbe stato cancellato dalle IA nel corso di 5 anni.

A quasi un anno di distanza, Yann LeCun ritorna sull’argomento ammonendo chi fa previsioni nefaste sul futuro del lavoro. Per LeCun, uno dei padrini dell’intelligenza artificiale moderna, sono distruttive e pericolose. Si tratta di una diatriba frequente tra i maggiori esperti di IA. LeCun sostiene che il compito di misurare gli effetti delle IA sull’impiego dovrebbe essere riservato agli economisti, gli unici dotati della preparazione e degli strumenti necessari per misurare il fenomeno in modo oggettivo e puntuale.

Si potrebbe ridurre all’essenziale dicendo che ognuno dovrebbe occuparsi di ciò che conosce bene: l’economia agli economisti e l’automazione agli esperti di IA.

Tuttavia, la questione è più complessa e non può essere demandata ai pareri personali degli esperti, anche se blasonati.

Chi sono Dario Amodei e Yann LeCun

Dario Amodei, 43 anni, è co-fondatore e Ceo di Anthropic, azienda che ha sviluppato i modelli IA Claude e che si è opposta alle richieste del Pentagono di togliere i filtri etici per farne un uso più libero nel conflitto mediorientale.

In precedenza, Amodei ha lavorato per il gigante tech cinese Baidu, per Google e, dal 2016 al 2020, è stato responsabile della ricerca di OpenAI, l’azienda che è subentrata ad Anthropic dopo la rottura con il governo statunitense. Nel 2025 è stato inserito dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti al mondo.

Dario Amodei, CEO di Anthropic
Dario Amodei, CEO di Anthropic 

Yann LeCun è uno dei ricercatori IA più accreditati. Nato nel 1960, oltre a essere professore alla New York University ed essere stato ai vertici della divisione IA di Meta (l’azienda che produce tra gli altri Facebook, Instagram e WhatsApp), ha fondato la startup AMI Labs che vuole sviluppare i world model, ossia sistemi IA che comprendono il mondo fisico e sanno modellare cause, effetti e dinamiche reali. Qualcosa che va oltre le IA generative e quindi oltre Claude, ChatGpt di OpenAI oppure i modelli Gemini di Google.

Nel 2018 ha ricevuto il premio Turing (massimo riconoscimento in ambito informatico) insieme a Geoffrey Hinton e Yoshua Bengio, padri putativi del deep learning che è pilastro fondante delle IA.

È interessante notare che anche Geoffrey Hinton e Yoshua Bengio sono propensi a mettere in evidenza i lati meno apprezzabili delle IA, al contrario di LeCun che si guadagna un posto tra chi le guarda con ottimismo.

Al di là della differenza anagrafica e dell’impatto accademico e industriale tra Amodei e LeCun, sono entrambi menti esperte ed eccelse del panorama delle IA. Come è possibile, allora, che sembrano avere visioni tanto divergenti?

Visioni nefaste e assenza di visioni certe

Per Amodei le IA potranno a breve sostituire la metà delle posizioni lavorative “entry level” e spingere la disoccupazione negli Usa tra il 10% e il 20%.

Una crisi occupazionale che ridisegnerà i settori tech, legale, finanziario e della consulenza in genere. Concetti che il Ceo di Anthropic ha scritto nero su bianco nel saggio The Adolescence of Technology, pubblicato sul proprio sito web a gennaio del 2026.

LeCun esprime massimo disaccordo, sottolineando che le previsioni di Amodei sono sbagliate, distruttive e pericolose. Mentre Amodei fa dichiarazioni nefaste, LeCun non cede ad alcun richiamo, chiedendo apertamente di lasciare la parola agli economisti. Nel calderone delle voci da non ascoltare inserisce anche la propria e quella di Hinton e Bengio, ribadendo la necessità che siano gli economisti a parlare di economia.

C’è dell’altro. A febbraio del 2026 anche Mustafa Suleyman, amministratore delegato di Microsoft AI, ha espresso pareri nefasti dicendo che, nel corso di un anno e mezzo, le IA avrebbero fatto passi da giganti nel sostituire i colletti bianchi, ossia le persone che svolgono lavori intellettuali da scrivania. Le previsioni di Suleyman sono state immediatamente smorzate da diversi economisti, certi che il raggio d’azione delle IA sarà più contenuto. Quindi LeCun, rispondendo ad Amodei, ha ribadito le osservazioni già sollevate dagli economisti in risposta a Suleyman.

I dati a supporto dell’una e dell’altra tesi

Le domande a cui dare risposta a questo punto sono due. Occorre capire se c’è una minore domanda di impiegati di medio-basso livello (i profili “junior”) e se questa è indubbiamente da addebitare alle IA.

A marzo del 2026 l’economia americana ha creato 178mila posti di lavoro facendo scendere il tasso di disoccupazione al 4,3%. Parallelamente, il medesimo documento censisce 144mila “discouraged workers” (lavoratori scoraggiati) in più rispetto al mese di febbraio del 2026, persone convinte che non ci siano lavori disponibili.

Questi dati includono anche le professioni che non rientrano nelle categorie dei “colletti bianchi” e non contribuiscono a creare un prospetto nitido: si può dire che – giudicando dai numeri più freschi a disposizione – gli effetti delle IA sull’impiego non si stanno ancora facendo sentire, a quasi un anno dalle nere profezie di Amodei.

C’è un rallentamento nelle assunzioni di profili “junior”, tipicamente neolaureati che fanno più fatica rispetto al passato a entrare nel mondo del lavoro. E questo dato sembra sposarsi meglio con le opinioni di Dario Amodei.

Tuttavia, i settori in cui le IA sostituiscono adeguatamente i lavoratori di medio-basso livello sembrano essere solo una manciata e per lo più legati agli ambienti tecnologici, quali la programmazione.

Sempre affidandoci a dati ufficiali, c’è un aspetto che va inserito nell’equazione: per il 31esimo mese di fila, negli Usa, le persone che hanno due impieghi superano il 5% della forza lavoro. A marzo del 2026 erano il 5,2% della popolazione attiva, in lieve aumento rispetto al mese di febbraio.

I dati non sono tanto granulari da potere evincere con precisione in quali settori e in quali professioni si collocano le persone con più di un impiego. L’impennata della disoccupazione attesa da Amodei sembra lungi dal verificarsi. E qui ritorna il parere di LeCun, convinto che parlare in pubblico di temi delicati senza le opportune competenze tende a creare pessimismo.

Sono due i dati che gli danno ragione: uno studio pubblicato a febbraio dal National Bureau of Economic Research (ente di ricerca indipendente) ha rilevato che, secondo 4mila manager di aziende che usano le IA, non ci sono impatti significativi né sulle operazioni in sé né sui ritorni degli investimenti.

Inoltre, il 40% dei lavoratori americani teme di potere perdere il lavoro a causa delle IA, contro il 28% del 2024. Percezioni che, da sole, non contribuiscono a creare la realtà e, come fa notare Forbes, forse Amodei riconosce alle aziende non tech il medesimo potenziale innovativo di quelle tecnologiche.

Conclusioni

I dati, al momento, non avvalorano né smentiscono le versioni divergenti di Amodei, LeCun e gli altri. È indubbiamente vero che diverse aziende hanno annunciato tagli al personale a causa delle IA. Le grandi aziende tech, per esempio, hanno optato per decine di migliaia di licenziamenti.

Un argomento instabile che poggia su fondamenta altrettanto mobili: non si tratta solo di lavoratori sostituiti dalle IA ma anche di licenziamenti che si inseriscono in un quadro congiunturale difficile, tra economia in contrazione, dazi, incertezze future e anche per attutire l’impatto dei costi che le organizzazioni hanno sopportato per adottare le IA.

Le ondate di licenziamenti sono cicliche e risalgono anche a epoche precedenti alla democratizzazione delle IA. Come evidenzia Deutsche Bank, le aziende potrebbero tendere ad addebitare alle IA licenziamenti dovuti in realtà ad altri fattori. Le IA diventano un facile alibi per tagliare i costi.

Ciò che sappiamo con certezza oggi riguarda soltanto le IA, che per lo più si limitano a sostituire compiti ma non rimodellano l’architettura dei sistemi nei quali quei compiti hanno un senso. Non conta quanto un’IA svolge bene un certo compito, conta quanto possano essere usate per ridisegnare i flussi aziendali.

Quando le organizzazioni avranno ridisegnato i propri flussi attorno alle reali capacità e alla reale utilità delle automazioni, sarà più sensato e puntuale parlare degli impatti delle IA sul mondo del lavoro.