In una lettera formale indirizzata ad Alphabet, la holding che controlla Google, un gruppo di investitori [che rappresenta una massa gestita di circa 1,15 trilioni di dollari] ha chiesto un confronto diretto con il management per avere chiarimenti sull’utilizzo dei servizi dell’azienda da parte dei governi.
La richiesta segue il rifiuto, da parte della società, di una risoluzione degli azionisti che chiedeva la pubblicazione di un rapporto dettagliato sui rischi connessi alle attività di sorveglianza.
La spinta verso la responsabilità aziendale
La mobilitazione degli investitori nasce dalla necessità di comprendere come Alphabet gestisca i propri contratti con le entità governative.
Al centro della disputa ci sono i servizi di cloud computing, ovvero l'infrastruttura di server e software che permette a organizzazioni esterne di archiviare dati e far girare applicazioni sui computer di Google anziché sui propri.
Questi strumenti, sebbene nati per scopi civili o aziendali, offrono una potenza di calcolo tale da poter essere impiegati per il monitoraggio di massa o per il supporto a operazioni belliche.
Gli azionisti firmatari della lettera - della cui esistenza ha dato notizia l’agenzia Reuters - chiedono che la società chiarisca quali protocolli di controllo siano in vigore per impedire che la tecnologia di Google diventi uno strumento di violazione dei diritti umani nelle mani di regimi autoritari o agenzie di intelligence.
Il nodo dell'intelligenza artificiale e della difesa
L’intelligenza artificiale rappresenta l'altra grande area di incertezza
Gli investitori sono preoccupati che gli algoritmi sviluppati da Google possano essere integrati in sistemi di difesa o di sorveglianza predittiva senza una supervisione etica adeguata.
La difficoltà nasce dal carattere “duale” di queste tecnologie. I sistemi di intelligenza artificiale sono progettati per analizzare dati, riconoscere schemi e supportare decisioni: funzioni utili in ambito civile, dalla sanità ai servizi digitali.
Le stesse capacità possono però essere applicate anche in contesti militari, ad esempio per l’analisi di immagini, la sorveglianza o il supporto operativo. Questa sovrapposizione rende complesso distinguere con chiarezza tra impieghi civili e utilizzi legati alla difesa.
I contratti di Google con i governi che preoccupano gli investitori
Se da un lato Google ha a lungo coltivato un’immagine pubblica distante dal settore militare, una serie di contratti negli ultimi anni racconta un quadro più articolato. Tra questi figura il progetto noto come Project Nimbus, un accordo da circa 1,2 miliardi di dollari con il governo israeliano - condiviso con Amazon - che prevede la fornitura di infrastrutture cloud e strumenti di intelligenza artificiale anche a ministeri e apparati della difesa.
A questo si aggiungono collaborazioni con il Dipartimento della Difesa statunitense. Dopo il precedente coinvolgimento nel programma Project Maven, dedicato all’analisi di immagini dei droni, negli ultimi mesi Google ha siglato un nuovo accordo classificato che consente al Pentagono di utilizzare i suoi modelli di IA per funzioni come pianificazione operativa e targeting [l’uso di algoritmi per analizzare immagini satellitari o dati, provenienti da droni, e per suggerire possibili obiettivi].
Altri ambiti citati dagli investitori includono contratti legati all’immigrazione negli Stati Uniti e attività in paesi come l’Arabia Saudita, tutti contesti considerati ad alto rischio sotto il profilo dei diritti e della sorveglianza.
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La posizione ufficiale di Alphabet
Dal canto suo, Alphabet sostiene che le informative già fornite al pubblico e agli investitori siano sufficienti a coprire i requisiti di trasparenza necessari.
L'azienda ha rigettato la richiesta di un rapporto supplementare, ritenendo che i propri standard di governance siano già robusti. Questa divergenza di vedute evidenzia una tensione crescente tra le Big Tech e il mondo della finanza etica.
I grandi fondi di investimento non valutano più soltanto i margini di profitto, ma considerano anche il rischio reputazionale e legale derivante dall'uso improprio dei prodotti tecnologici.
Una controversia legata alla sorveglianza potrebbe infatti danneggiare il valore del marchio e attirare l'attenzione dei legislatori, portando a regolamentazioni più restrittive o a sanzioni onerose.
Società di IA e governi: un rapporto complesso
Anche la californiana Anthropic, una delle aziende più influenti nello sviluppo di intelligenza artificiale, si trova al centro di un dibattito etico dopo il confronto diretto con le autorità statunitensi proprio sul tema dell’uso militare dell’IA.
La società guidata da Dario Amodei ha inizialmente collaborato con agenzie governative e sviluppato versioni dei propri modelli per clienti della sicurezza nazionale, ma recentemente ha rifiutato di concedere al Pentagono un accesso senza restrizioni ai propri sistemi. In particolare, ha mantenuto limiti espliciti contro l’impiego in armi autonome e nella sorveglianza di massa, respingendo richieste di utilizzo per “tutti gli scopi leciti”.
Questo scontro ha portato alla rottura dei rapporti con il Dipartimento della Difesa americano, alla cancellazione di contratti e alla designazione dell’azienda come “rischio per la catena di approvvigionamento” da parte del governo, aprendo anche una battaglia legale che è tuttora in corso.
La sorveglianza di massa in tempo di guerra è un male necessario. Ma chi dice che siamo in guerra?
Diverso l’approccio di OpenAI, l’azienda che ha creato ChatGpt, che ha scelto una linea più collaborativa con le istituzioni.
Dopo il ritiro di Anthropic, l’azienda ha siglato accordi con il Pentagono per l’utilizzo dei propri modelli anche in ambienti classificati, inclusi sistemi gestiti tramite cloud e partner come Amazon Web Services.
Allo stesso tempo ha introdotto clausole formali che escludono l’uso per sorveglianza domestica di massa e per il controllo autonomo di sistemi d’arma, mantenendo una supervisione umana obbligatoria. Questa posizione riflette un compromesso: da un lato la partecipazione a programmi legati alla difesa e all’intelligence, dall’altro l’introduzione di vincoli contrattuali e tecnici. Resta aperta la discussione sull’effettiva capacità di queste misure di prevenire usi impropri, un tema su cui continuano a confrontarsi esperti e osservatori.