Le scaramucce fra Meloni e Trump passano, gli interessi fra Italia e USA restano.
Con un interscambio commerciale tra Stati Uniti e Italia che supera i 110 miliardi di dollari, i due Paesi non possono permettersi separazioni. Affinità commerciali, ma anche elettive, come dimostrano Francesco Clementi e Antonio Gaudioso nel recente Il gusto della libertà, che ricostruisce lo scambio culturale fra Thomas Jefferson e vari illuministi toscani. Il mondo classico è stato un riferimento potente nell’edificazione del sistema americano, e la tradizione italiana non è meno influente di quella inglese nel DNA degli Stati Uniti.
Una occasione per rammendare subito gli strappi tra Trump e Meloni potrebbe essere l’ingresso dell’Italia nella Pax Silica.
La Pax Silica è la grande architettura geoeconomica con cui Washington sta costruendo una coalizione di Paesi affidabili per mettere in sicurezza semiconduttori, intelligenza artificiale, minerali critici e capacità di calcolo, proteggendo l’Occidente dalle vulnerabilità che la competizione globale ha reso evidenti. Il prossimo summit è previsto per i giorni 25 e 26 giugno 2026 a Washington, e l’Italia dovrebbe partecipare e aderire.
Con questo ingresso, l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante, in un settore in cui si decide il futuro della competizione globale.
Le Fab [acronimo di fabrication facility, indica una fabbrica specializzata nella produzione di semiconduttori, ndr] italiane destinate alla fabbricazione di chip, da Catania ad Agrate, sono tra le poche in Europa integrate nella spina dorsale occidentale dei semiconduttori; producono carburo di silicio e tecnologie di potenza indispensabili per automotive elettrico, energia e difesa, e rappresentano un asset che gli Stati Uniti considerano irrinunciabile per ridurre la dipendenza asiatica. Allo stesso tempo, l’Italia sta diventando il nuovo hub europeo dell’hyperscale computing, grazie alla concentrazione di cavi sottomarini nel Mediterraneo e agli investimenti miliardari dei grandi operatori globali: in un mondo in cui la potenza di calcolo è la nuova valuta strategica, Roma e Milano sono destinate a diventare piattaforme critiche dell’infrastruttura IA occidentale.
A questo si aggiunge il ruolo crescente nelle filiere dei minerali critici, dove l’Italia, pur non essendo un grande produttore, è un hub logistico, industriale e diplomatico essenziale: i suoi porti mediterranei possono diventare corridoi sicuri per l’approvvigionamento occidentale, le sue imprese sono attive nella trasformazione e nella raffinazione, e la sua diplomazia economica è tra le più impegnate nella diversificazione delle fonti e nella costruzione di stockpile europei.
È per questo che gli sherpa italo‑americani stanno lavorando senza sosta: perché sanno che la Pax Silica è il terreno su cui si misura la profondità dell’alleanza, non l’umore del momento. La partnership tra Roma e Washington è storica, strutturale, radicata nella sicurezza, nella manifattura avanzata, nella difesa delle infrastrutture critiche; non può essere rallentata da una fase di tensione politica, perché riguarda il futuro industriale dei prossimi decenni. La Pax Silica è il treno ad alta velocità che sta ridisegnando le gerarchie tecnologiche globali, e l’Italia è in cabina di regia insieme agli Stati Uniti: oggi l’interesse comune è costruire una sovranità tecnologica occidentale solida, resiliente e condivisa. E l’Italia può e deve giocarsi una partita.
* Presidente Angi (Associazione Nazionale Giovani Innovatori)