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Fenomeno DuckDuckGo: cos’ha di speciale il browser ribelle che salva da IA e pubblicità

Fenomeno DuckDuckGo: cos’ha di speciale il browser ribelle che salva da IA e pubblicità

Il motore di ricerca della privacy sfida Google e si propone come rifugio da un web saturo di IA. Dietro c’è un fisico del Mit e vent’anni di guerriglia contro il colosso di Mountain View

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Un papero impertinente sfida il gigante dai piedi sempre più di argilla. Da ieri il browser di DuckDuckGo ha iniziato a bloccare in modo predefinito la maggior parte degli spot video, YouTube compreso.

La funzione, chiamata YouTube Ad Blocking, è già attiva su iPhone, Windows e Mac grazie all’ultimo aggiornamento software, mentre gli utenti Android (per ora) devono abilitarla dalle impostazioni. Esattamente Impostazioni del browser > Blocco annunci.

L’azienda statunitense omonima, che sta dietro al noto motore di ricerca e il browser, si appoggia alle liste di filtri open source di uBlock Origin, mantenute costantemente aggiornate da una comunità di sviluppatori open-source.

La mossa è una dichiarazione di guerra.

YouTube appartiene a Google e la pubblicità video ne alimenta i ricavi. La maggior parte degli osservatori del mondo tech concordano sul fatto che l’annuncio è una sfida diretta al modello economico del colosso: un’alternativa gratuita all’abbonamento YouTube Premium, che ad esempio in Italia costa 13,99 euro.

Un fisico del Mit che ha ascoltato la community online

Per capire il papero bisogna partire da chi l’ha creato. DuckDuckGo nasce nel 2008 dall’intuito antagonista di Gabriel Weinberg, imprenditore con una laurea in fisica e un master in tecnologia e politica al Massachusetts Institute of Technology. La sua attività precedente, The Names Database, era stata acquisita da United Online nel 2006 per circa 10 milioni di dollari: di fatto il capitale che gli ha permesso di autofinanziare il progetto che oggi è arrivato a sfidare colossi.

Il nome è un gioco: richiama la conta per bambini duck, duck, goose, qualcosa di simile al “lupo mangiafrutta” che si fa nelle scuole d’infanzia italiane. L’obiettivo iniziale, però, non era la privacy. Weinberg ha raccontato più volte, in diverse interviste, che voleva soltanto un motore di ricerca migliore, ripulito dallo spamprodotto dalle fabbriche di contenuti create per scalare l’indice di Google. La tutela dei dati è arrivata dopo, quasi per caso: quando gli utenti delle comunità Hacker News e Reddit, secondo il suo racconto, iniziarono a interrogarlo su cosa facesse dei loro registri/archivi di ricerca. Quelle domande lo spinsero ad approfondire il tema della sorveglianza online e quindi a compiere una scelta radicale.

La scelta è diventata l’identità dell’azienda: nessun indirizzo IP registrato, nessun profilo utente, nessun tracciamento delle ricerche. “Non serve tracciare le persone per guadagnare con la ricerca sul web, e non serve tracciarle per dare risultati migliori”, ha sintetizzato Weinberg al Times of Israel. Un principio che l’azienda, con sede a Paoli in Pennsylvania e 335 dipendenti ad aprile 2026, rivendica come modello di business sostenibile e profittevole, basato sulla pubblicità contestuale legata alla singola ricerca anziché al profilo della persona.

Il modello di business alternativo

DuckDuckGo dimostra da anni che si può guadagnare con la ricerca senza profilare gli utenti, e lo fa giocando su tre fronti. Il principale è la pubblicità contestuale: gli annunci compaiono in base alle parole chiave della singola ricerca, non a un profilo costruito nel tempo, e la maggior parte passa dalla rete pubblicitaria di Microsoft, che gira all'azienda una quota dei ricavi. Il secondo è l'affiliazione commerciale con piattaforme come Amazon ed eBay, che riconoscono una commissione quando l'utente acquista dopo il clic. Infine, il più recente, è l'abbonamento Privacy Pro (circa 9,99 euro al mese), che offre Vpn, rimozione dei dati personali, protezione dal furto d'identità e Duck.ai, che consente di dialogare con modelli come quelli di OpenAI e Anthropic senza che i dati vengano memorizzati o usati per l’addestramento.

L'azienda rivendica di essere in utile dal 2014 e usa questo dato come argomento politico: la prova che la ricerca può essere monetizzata senza sorveglianza. Il limite resta strutturale, per ammissione degli stessi analisti la pubblicità contestuale rende molto meno per utente di quella comportamentale di Google.

La sfida non è nei numeri, ma nei modelli

Sul piano delle quote di mercato lo scontro resta impari. Ma nel tempo la crescita di DuckDuckGo ha spesso coinciso con scandali legati alla privacy. Secondo i dati StatCounter, all’inizio del 2026, Google controllava circa l’89,3% delle ricerche mondiali su tutti i dispositivi: la percentuale più bassa dal 2014, ma ancora schiacciante. Sul mobile la presa è quasi totale, intorno al 95%, blindata dalle impostazioni predefinite di Android e dall’accordo con Apple per il motore di ricerca di Safari. Anche se ovviamente si può cambiare manualmente l’impostazione.

DuckDuckGo, in questo scenario, è un peso piuma. La sua quota globale oscilla, a seconda della fonte e del mese, tra lo 0,71% e lo 0,86%: sempre secondo StatCounter, a marzo 2026 si attestava intorno allo 0,75%, con una posizione di terzo o quinto a seconda del criterio di misura. Il mercato di casa è più favorevole: negli Stati Uniti la quota sale all’1,79% circa, con punte superiori al 2% nelle rilevazioni più recenti. L’azienda dichiara circa tre miliardi di ricerche al mese e intorno a cento milioni al giorno. Per l’Italia si parla complessivamente dello 0,76% su desktop e 0,66% su smartphone.

La distanza, insomma, si misura in ordini di grandezza. Ma la partita che il browser DuckDuckGo prova ad aprire con il blocco degli spot su YouTube non punta a rovesciare il dominio di Google nella ricerca: punta a erodere i ricavi pubblicitari sulla piattaforma video più popolare, un fronte diverso e per il colosso più sensibile.

Sfuggire all’IA, ma senza rinunciare del tutto ai vantaggi

C’è un secondo terreno su cui il papero si muove con crescente sicurezza: la stanchezza degli utenti verso l’IA infilata in ogni prodotto. La ricerca di Google è ormai dominata dalle risposte generate da Gemini, e una parte del pubblico cerca un’esperienza più sobria. Risultato? Dopo il lancio a maggio degli agenti IA integrati, le installazioni di DuckDuckGo sono cresciute del 30%.

L’azienda infatti offre agli utenti un’opzione per ottenere risultati completamente privi di IA generativa e un filtro per escludere dai risultati le immagini prodotte dagli algoritmi; è tra i primi motori a proporla. La posizione non è di rifiuto integrale della tecnologia perché mette a disposizione anche strumenti di IA generativa, tra cui la chat anonima Duck.ai. Il messaggio, però, è chiaro: l’intelligenza artificiale deve restare una scelta dell’utente, non un’imposizione.

È la stessa logica che regge la nuova funzione contro gli spot di YouTube, distinta dal Duck Player, il lettore integrato che già apriva i video in una modalità priva di tracciamento. Restano i limiti: su smartphone i collegamenti a YouTube tendono ad aprirsi nell’applicazione ufficiale, dove il blocco non funziona, e YouTube cambia spesso il modo di distribuire la pubblicità, per cui qualunque soluzione può smettere di funzionare finché i filtri non vengono aggiornati. La stessa DuckDuckGo invita gli utenti a segnalare i malfunzionamenti.

Vent’anni dopo lo scantinato di Weinberg, il papero resta un attore minore nei numeri. Ma la scommessa sulla privacy e sulla misura, in un web che nel 2026 accumula sorveglianza pubblicitaria e automazione, gli offre qualcosa che le quote di mercato non raccontano: una posizione, e una reputazione, da antagonista.