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Recensione

Halo: Campaign Evolved, il capolavoro è ancora lì. Il coraggio un po' meno

Halo: Campaign Evolved, il capolavoro è ancora lì. Il coraggio un po' meno

Il primo Halo torna rifatto da zero e funziona finché si limita a rispettare l'originale. Si incrina quando prova ad aggiungere qualcosa di suo. Alla fine racconta più sul futuro della serie che sul suo passato

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Partiamo da una cosa che non ha bisogno di prove: Halo: Combat Evolved, quello del 2001, è un capolavoro. Chi prova a discuterlo di solito lo fa per il gusto di stare dalla parte scomoda. Ha rivoluzionato il modo di giocare agli sparatutto con un pad in mano, ha dato a Xbox una ragione per esistere, ha elevato il livello del racconto che il genere poteva dare al pubblico e ha accompagnato la giovinezza di milioni di persone che ancora oggi, quando parte quel coro nel menu, si sentono ragazzini. Su questo non c'è partita. La domanda vera, davanti a Campaign Evolved, è un'altra: come si tratta un capolavoro dentro un gioco del 2026?

La risposta più onesta è che lo si tratta con enorme rispetto e con altrettanta prudenza. Il gioco è stato ricostruito da capo, motore nuovo, luci nuove, modelli nuovi, e quando ci si trova per la prima volta sulla superficie dell'anello, con l'acqua che riflette il cielo e le colline che si perdono all'orizzonte, la sensazione è quella giusta. È bello, a tratti sorprende, e soprattutto tiene fede a un principio non scontato: le armi sparano come devono, dettaglio su cui Bungie ha costruito il suo successo, i nemici reagiscono come ricordavate, il ritmo di quella campagna regge ancora dopo venticinque anni. La magia dell'originale è intatta perché nessuno ha avuto il coraggio, o forse la voglia, di toccarla davvero.

Certo, forse oggi il gameplay, per quanto sempre bello, appare un po’ rigido, ma è inevitabile, perché al di là dei ritocchi estetici il gioco è rimasto inalterato, e forse una scivolata dopo la corsa e qualche altro piccolo dettaglio si poteva aggiungere.

D’altronde stiamo parlando di un remake che si limita a rimettere a nuovo ciò che già funzionava, un'operazione legittima ma anche comoda. Il gioco si chiama Campaign Evolved, promette un'evoluzione, e quell'evoluzione la si cerca a lungo senza trovarla. Le aggiunte ci sono, ma restano sul bordo: nuove armi, qualche veicolo, una modalità remix, una pioggia di collezionabili, la possibilità di affrontare la campagna in quattro. Roba gradita, per carità, però contorno. Il piatto è sempre quello, con una porcellana più lucida. E senza un multiplayer competitivo.

Dove il gioco prova ad alzare la voce, invece, balbetta un po’. Le missioni inedite pensate come prologo, quelle costruite attorno al sergente Johnson, sono la parte più debole del pacchetto. Si trasformano in lunghe sessioni di svuotamento di arene, con un nemico nuovo che non è interessante da affrontare e che assorbe proiettili come una spugna, allungando il brodo senza aggiungere sapore e con qualche personaggio di contorno tutto sommato dimenticabile.

D’altronde quando puoi essere Master Chief perché vorresti essere qualcun altro? È il momento in cui si capisce che il talento di questo lavoro sta nel conservare, non nel creare. E va bene così, ma allora tanto vale dirlo con chiarezza.

C'è poi la questione tecnica, e qui parlo della versione PlayStation 5 (e quanto fa strano parlare di Halo per PlayStation 5). Nei momenti più concitati, quando lo schermo si riempie di nemici e di esplosioni, il gioco perde colpi in modo che nel 2026 fa storcere il naso. In un paio di passaggi il crollo del frame rate è netto, ma per fortuna molto breve. Non è un difetto che rovina tutto, ma è un difetto che non ti aspetti da una riedizione, cioè dalla forma di videogioco che dovrebbe avere meno scuse di ogni altra.

A infastidire, più dei cali di frame, è la trafila per iniziare a giocare. Anche per la sola campagna in solitaria vi verrà chiesto un collegamento a un account esterno, e se volete affrontarla in due sul divano dovrete registrare pure il secondo giocatore. In un titolo che vive di nostalgia, che vorrebbe riportarti al pomeriggio passato sul pavimento davanti alla tv, dover litigare con una schermata di login prima di sparare il primo colpo è un piccolo tradimento di quello stesso spirito.

Il risultato è un gioco che si può consigliare, ma con qualche riserva. Se non avete mai giocato, il primo Halo è il modo più bello per farlo. Se ci siete cresciuti, ritroverete quasi tutto quello che amavate, e magari sentirete anche quelle sensazioni di una volta, per qualche minuto. Viene da chiedersi se è più bello ricordare le cose come erano, senza toccarle o se provare un gioco che ti ricorda come era una volta il settore, per poi restare con l’amaro in bocca, ma poi ci avventureremmo troppo nel filosofico. La critica lo ha accolto con il rispetto tiepido che si riserva ai ritorni ben fatti ma prudenti, un Halo che non sbaglia niente perché non prova quasi niente.

Però va anche detta una cosa: in fondo cosa si poteva cambiare? Forse è normale che ti tremino i polsi a toccare un classico, quindi alla fine non possiamo neanche puntare troppo il dito, anche perché a molti andrà benissimo così. Rivolere uno degli FPS più belli di sempre con una veste aggiornata e nulla più non è peccato.

Forse però questo gioco va guardato per quello che ci dice davvero, che riguarda il futuro più del passato. Campaign Evolved è una prova di forza tecnica, la dimostrazione di che aspetto potrebbe avere il prossimo Halo, se un prossimo Halo ci sarà. Ed è lì che casca l'asino, perché è proprio quel "se" il problema. Una serie che un tempo dettava la linea oggi ha bisogno di un ritorno vero, di un capitolo nuovo capace di far parlare di sé per quello che è e non per quello che è stato. Ma questo alla fine è un discorso che possiamo fare per tante operazioni nostalgia di questi anni. Che in alcuni casi sono belle e in altri addirittura necessarie. Però continuare a rilucidare la golden era, quella che tanti rimpiangono soprattutto perché coincide con la loro giovinezza, è confortante per chi l'ha vissuta e non dice niente a chi non c'era. Un museo può essere bellissimo da visitare. Ma un franchise che vuole restare vivo non può abitarci dentro.