Per Oreste Pollicino, professore di Diritto costituzionale e AI Law all’Università Bocconi, Meta ha evitato un procedimento legale potenzialmente “devastante”. I 18 miliardi di dollari spesi per allontanare le accuse di aver danneggiato gli adolescenti sono una cifra importante. Ma sostenibile per un’azienda che solo nel 2025 ha guadagnato più di 60 miliardi.
Ciò che ha comprato Meta, invece, non ha prezzo.
Sì, perché il rischio era una sentenza capace di mettere in discussione il modo in cui sono progettate le piattaforme. Una condanna avrebbe colpito soprattutto la fiducia degli utenti, un bene difficilissimo da ricostruire per un social.
Questo però non significa che Meta abbia ammesso di avere progettato piattaforme dannose.
Giuridicamente non possiamo dire che sia stato provato un illecito da parte di Meta. Possiamo dire che l’azienda ha ritenuto troppo rischioso arrivare fino al giudizio.
E allora l’intesa economica cosa cambia davvero?
Cambia il terreno su cui si discute della responsabilità dei social network. Per molti anni il problema era soprattutto il contenuto pubblicato dagli utenti: quanto la piattaforma lo controllasse e quanto ne potesse rispondere. Oggi l’attenzione si sposta verso l’architettura stessa del servizio: come funziona l’algoritmo che raccomanda i video, quali comportamenti incentiva, quanto cerchi volutamente di catturare l’attenzione e generare dipendenza.
Il paragone con l’industria del tabacco regge?
Sì, perché anche qui conta come il prodotto è progettato per favorire un uso ripetuto e potenzialmente compulsivo. Ma i social non sono dannosi in sé: dipende da come sono progettati.
Il patteggiamento protegge Meta per sempre dalle accuse sui danni ai minori?
Non necessariamente. Un accordo extragiudiziale chiude le controversie che ne fanno parte, ma non equivale a una sentenza che stabilisce una regola valida per tutti.
Qual è il margine d’azione per chi volesse promuovere nuove cause?
Nell’accordo Meta assume impegni per migliorare controlli parentali, interfacce e protezioni. Questo significa che la situazione attuale viene implicitamente considerata insoddisfacente. Non è un’ammissione di colpa, ma segnala che esiste uno spazio di intervento.
In Europa questo caso avrà un peso?
Certamente. L’Europa si è già mossa verso una responsabilità legata ai rischi prodotti dalle piattaforme. Il Digital Services Act chiede alle grandi piattaforme online di valutare e ridurre i cosiddetti rischi sistemici, cioè problemi che possono riguardare milioni di persone e incidere, tra le altre cose, sulla tutela dei minori. Quanto sta avvenendo negli Usa rafforza questa attenzione sull’architettura dei servizi.
E può avere conseguenze sul piano regolatorio?
Sì. La Commissione Ue potrebbe usare l’accordo raggiunto negli Usa per interpretare in modo più severo i rischi legati alla dipendenza e al design delle piattaforme.Le protezioni che Meta introdurrà su Facebook e Instagram saranno applicate solo negli Stati Uniti, come prevede l’accordo?Immaginare social network costruiti in modo radicalmente diverso da Paese a Paese è quasi una chimera. È inevitabile che producano degli effetti altrove, compresa l’Europa, e che si creino forme di ibridazione.
Resta un problema enorme: capire davvero quanti anni ha chi usa il servizio.
Se vogliamo protezioni diverse per gli adolescenti, dobbiamo riuscire a identificarli in modo affidabile. Ma controlli più precisi richiedono spesso più documenti e dati personali. Serve quindi un equilibrio tra efficacia della verifica e privacy.