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Brevetti, la ricerca europea fatica a diventare impresa

Brevetti, la ricerca europea fatica a diventare impresa

Un’indagine su 809 uffici europei fotografa le difficoltà nel passaggio dal laboratorio al mercato. L’Italia conta 289 spin-off accademici con domande di brevetto e vede il Cnr in testa tra gli enti nazionali per richieste all’Ufficio europeo dei brevetti

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In Europa il 90,5% degli uffici incaricati di portare le invenzioni scientifiche verso le imprese ha dimensioni piccole o medie. È il dato centrale di una ricerca condotta su 809 strutture, diffusa il 22 ottobre dall’Ufficio europeo dei brevetti (Epo), l’organizzazione che esamina le domande di brevetto nel sistema europeo. Questi uffici, chiamati UTT, assistono ricercatori e università nella tutela delle scoperte e nella ricerca di aziende, investitori e partner commerciali.

Lo studio è stato realizzato con ASTP, l’associazione europea dei professionisti del trasferimento tecnologico, e con Fraunhofer ISI, istituto tedesco che studia i processi di innovazione. Il trasferimento tecnologico comprende le attività che trasformano un risultato della ricerca in una tecnologia utilizzabile, un brevetto concesso in licenza o una nuova impresa.

Le dimensioni degli uffici incidono soprattutto sulla quantità di invenzioni che riescono a seguire. Le strutture grandi, pari al 9,5% del campione, hanno in media sei volte più personale degli uffici più piccoli e ricevono quasi sedici volte più segnalazioni di invenzioni. Inoltre, operano presso enti con una spesa per la ricerca ventitré volte superiore. Le differenze emergono quindi già dalle risorse disponibili, prima della scelta delle scoperte da proteggere e valorizzare.

Gli uffici piccoli e medi, una volta avviata la gestione di un’invenzione, ottengono risultati paragonabili a quelli grandi nel percorso verso un brevetto, una licenza commerciale o una nuova società. Gli uffici più strutturati possono seguire un volume superiore di pratiche per addetto grazie a competenze specialistiche, procedure consolidate e rapporti con le aziende. La sfida indicata dal rapporto riguarda l’accesso a queste capacità anche da parte degli enti con risorse limitate.

La ricerca pubblica europea ha intanto accresciuto la propria presenza nei brevetti. Le domande europee che coinvolgono università, enti pubblici di ricerca e ospedali scientifici sono passate da circa 3.200 nel 2006 a quasi 8.000 nel 2025. Germania, Francia e Regno Unito concentrano oggi circa il 55% del totale, rispetto a quasi il 64% registrato all’inizio del periodo. La crescita interessa anche Italia, Paesi Bassi e Spagna.

Il contributo assume particolare rilievo nei settori tecnologici strategici. Nel 2025 gli istituti di ricerca europei figuravano tra i richiedenti del 34% delle domande di origine europea relative alle biotecnologie, del 29% di quelle sulle tecnologie quantistiche e del 26% di quelle farmaceutiche. Un rapporto Epo del 2025 aveva già documentato il peso degli enti pubblici di ricerca nella produzione di invenzioni e nella nascita di imprese tecnologiche.

Un altro indicatore riguarda la capacità degli atenei di conservare nel tempo i diritti sulle invenzioni. Le domande presentate direttamente dalle università europee rappresentano circa il 9% dei brevetti europei, un’incidenza vicina a quella statunitense. Tra i brevetti di titolarità diretta degli atenei europei, il 40,7% arriva a scadenza entro dieci anni. Per gli atenei statunitensi la quota è del 26,3%. Il divario richiama l’importanza dei costi di mantenimento, delle strategie di protezione e delle opportunità di sfruttamento economico.

In Italia il nuovo Data Desk, la piattaforma dell’Epo che permette di consultare e confrontare dati brevettuali per istituzione e tecnologia, colloca al primo posto il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), principale ente pubblico italiano di ricerca, con 34 domande di brevetto europeo. Seguono il Politecnico di Milano con 29, l’Istituto italiano di tecnologia, centro di ricerca scientifica e tecnologica, con 21, il Politecnico di Torino con 20 e l’Università degli Studi di Milano con 17. I valori misurano le domande presentate, una fase distinta dalla concessione del brevetto.

Le specializzazioni riflettono attività differenti. Il Cnr concentra il maggior numero di domande nei semiconduttori, componenti fondamentali dei dispositivi elettronici, seguiti dalle tecnologie ambientali e dall’ottica. Il Politecnico di Milano emerge per tecnologie mediche, sistemi di controllo e biotecnologie. L’Istituto italiano di tecnologia lavora soprattutto su tecnologie mediche, farmaceutica e chimica dei materiali. Il Politecnico di Torino spicca per macchine elettriche, energia e strumenti di misurazione. La Statale di Milano ha una forte presenza nelle biotecnologie e nella chimica dei polimeri, materiali impiegati anche in plastiche e fibre.

Il peso degli atenei italiani era già emerso nella rilevazione del 2024 dedicata alle invenzioni di origine universitaria. In quella fotografia l’Italia occupava il quarto posto europeo e Politecnico e Statale guidavano il quadro milanese. La nuova analisi amplia l’osservazione agli enti pubblici di ricerca e agli uffici che accompagnano i risultati scientifici verso le applicazioni commerciali.

L’altro fronte riguarda le società nate dalla ricerca universitaria. Il Deep Tech Finder, archivio gratuito dell’Epo che collega startup, brevetti e potenziali investitori, censisce 289 spin-off accademici italiani che hanno depositato almeno una domanda di brevetto europeo. Con questo dato l’Italia è sesta in Europa. Uno spin-off è un’impresa creata per sviluppare e portare sul mercato risultati ottenuti in università o laboratori di ricerca.

L’89,6% delle 289 imprese italiane è ancora nella fase iniziale di crescita, dopo la verifica della fattibilità tecnica e durante lo sviluppo di prodotti destinati al mercato. Soltanto 19 hanno raggiunto la fase di espansione, caratterizzata da nuovi investimenti, assunzioni e ingresso in mercati più ampi. La categoria della crescita avanzata, riferita alle società con finanziamenti su larga scala e una forte presenza internazionale, risulta vuota. Circa il 3,8% degli spin-off italiani è stato acquisito da aziende più grandi.

Il rapporto individua come priorità il rafforzamento delle competenze degli uffici di trasferimento, l’accesso ai finanziamenti, gli incentivi e la collaborazione tra università, enti di ricerca e aziende di Paesi differenti. L’obiettivo è mettere anche le strutture di dimensioni ridotte nelle condizioni di individuare partner industriali e investitori. I risultati vengono presentati dall’Epo nell’incontro online del 22 ottobre dedicato al passaggio dalla ricerca al mercato.