Non è un’assoluzione per i cibi processati, quella che arriva da un grosso studio americano, ma piuttosto suona come un invito a distinguere i diversi cibi processati. Il team guidato da Erikka Loftfield, ora all'istituto di ricerca australiano Qimr Berghofern e prima al National Cancer institute, ha osservato che alcuni cibi processati sono correlati a un aumentato rischio di tumore al colon retto. Altri sembrano essere associati a un minor rischio di malattia, ma senza per questo appoggiarne o incoraggiarne il consumo. I dettagli su Plos Medicine.
Cibi ultraprocessati e tumore al colon-retto
La ricerca in questione ha esaminato nel tempo l’incidenza di tumore al colon-retto in un grosso campione di statunitensi, seguiti per più di venti anni all’interno del Nih-Aarp Diet and Health Study. I ricercatori all'inizio dello studio, insieme alle caratteristiche di salute dei pazienti, hanno raccolto dati su abitudini alimentari e stili di vita. Nello specifico le abitudini alimentari - tipologia di cibi consumati, quantità e modalità di preparazione - sono state indagate tramite un questionario. A partire dalle risposte i ricercatori hanno poi stimato la quantità di cibi ultraprocessati consumati, identificati secondo la (discussa) classificazione Nova (secondo cui, sono ultraprocessati i cibi prodotti a livello industriali, palatabili, spesso ricchi di sale e zuccheri). In totale sono stati seguiti più di 460 mila cittadini statunitensi (adulti, tra i 50 e i 71 anni), popolazione in cui, sottolineano gli stessi autori, il consumo di cibi ultraprocessati è piuttosto elevato (anche superiore al 50% dell'introito calorico ricordano). Per i partecipanti allo studio il consumo di cibi ultraprocessati è stato calcolato in media pari al 43% dell’introito giornaliero.
Lo studio
Più di 10 mila partecipanti hanno sviluppato tumore al colon-retto, ma i ricercatori non hanno trovato un’associazione tra il consumo di cibi ultraprocessati e il tumore. Non almeno considerando il consumo totale di cibi ultraprocessati (Upf, Ultra processed food). Quando infatti si considerano diversi sottogruppi all’interno della macrocategoria i dati dicevano altro, come spiega Lotfield dal Qimr Berghofern. “Sebbene i cereali integrali e i prodotti lattiero-caseari fossero stati sottoposti a un elevato grado di lavorazione, abbiamo riscontrato che un maggiore apporto di questi alimenti, unito a un consumo limitato di carne ultra-lavorata, è associato a una minore incidenza di cancro all'intestino”. Il consumo di più elevato di fibre, cereali integrali, latticini e calcio da ultraprocessati (in pane, gelati, bevande e cereali) si associava infatti a un rischio di malattia inferiore (dal 9% al 18% a seconda della categoria presa in considerazione), al contrario del consumo di carne derivante dalle stesse fonti (chi ne consumava di più aveva anche un 10% di rischio in più).
“Quanto abbiamo osservato è in linea con le attuali linee guida alimentari per la prevenzione del cancro all'intestino - prosegue la ricercatrice, che puntualizza - Sebbene sia emerso che il consumo di prodotti ultraprocessati a base di cereali integrali e latticini sia associato a una minore incidenza di cancro all'intestino, questi stessi alimenti possono contenere elevate quantità di zuccheri aggiunti o sale, il che potrebbe aumentare il rischio di altre malattie croniche”. Il consumo di cibi ultraprocessati infatti è stato associato al rischio di malattie cardiovascolari, obesità e diabete, oltre ad alcuni tipi di tumori. Per il tumore al colon retto i risultati non sono del tutto chiari, ricordano gli autori. “Il consiglio è quello di alimentarsi in un'ottica di salute generale, privilegiando cibi ricchi di nutrienti ed evitando quelli che contengono elevate quantità di zuccheri aggiunti, sale e grassi saturi”, conclude Lotfield.
Cautela nell’interpretare i risultati
Più in generale la riflessione che emerge dallo studio è quella di non considerare la categoria ultraprocessati come una categoria omogenea. A ribadirlo anche Rosiered Brownson-Smith del Department of Nutritional Sciences del King’s College London, che commentando lo studio allo Science Media Center ha detto: “Diversi tipi di cibi ultraprocessati possono avere diverse associazioni con gli esiti sulla salute, e l'esame del solo apporto totale di Upf potrebbe mascherare queste differenze. I risultati sono in linea con le evidenze esistenti. Le associazioni inverse con cereali integrali, fibre, latticini e calcio, e l'associazione positiva con la carne lavorata, corrispondono a quanto già sappiamo. La novità è che le associazioni con cereali integrali, fibre e latticini sembrano persistere anche quando la fonte è ultra-processata”.
Ma Brownson-Smith, insieme ad altri e agli stessi autori, ha invitato alla cautela nell’interpretare i risultati, soprattutto perché arrivano dalle abitudini registrate da un questionario (di per sé uno strumento limitato per fotografare con precisione cosa viene mangiato), per di più condotto un’unica volta, negli anni Novanta. Negli anni abitudini e cibi stessi sono di certo cambiati. “Un risultato nullo per il totale degli alimenti ultra-processati in questo contesto non costituisce la prova che tali alimenti siano innocui”, conclude.

