The Last Guardian. Quando i videogame diventano arte
dal nostro inviato JAIME D'ALESSANDRO
Sviluppato per più di dieci anni, esce uno dei giochi più attesi del 2016. Niente guerre, sparatorie né dialoghi. E' la storia di un ragazzino e di una creatura che lo salverà. ''Per descrivere le emozioni non c'è bisogno di parole'', spiega l'autore, Fumito Ueda
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LOS ANGELES - Un'avventura senza parole, quasi un film muto, se non fosse per la voce narrante. Il protagonista è un bambino e racconta, ricordando, quel che è avvenuto anni prima e quel che noi stiamo vivendo. The Last Guardian, dal 7 dicembre per PlayStation 4 dopo un lungo e difficile processo di sviluppo durato circa dieci anni, è un gioco raro dove non ci sono guerre né invasioni di zombie. La storia di un ragazzino e di un enorme grifone, un animale primordiale e archetipo, entrambi abbandonati in un eremo cadente. Un luogo che ha la grandiosità delle rovine di Petra o di Angkor Vat o di certi scenari visti nei film di Hayao Miyazaki. I due dialogano attraverso sguardi e gesti: reietti entrambi, devono cercare una via di fuga.
The Last Guardian - Il trailer
''All’inizio non si conoscono e non si comprendono'', racconta Fumito Ueda, incontarto a Los Angeles. Una mosca bianca nel mondo dei videogame che si era fatto conoscere con due altri titoli altrettanto onirici, Ico e Shadow of the Colossus, a partire dal 2001. ''Ma lentamente iniziano a comunicare e comprendersi, a capire le emozioni l'uno dell'altro. Le sanazioni a volte non hanno bisogno di parole. Anzi, il linguaggio rischia di svilirle. Ma quel che riesce a fare un videogame, se usato in una certa maniera, è proprio questo: farti vivere delle emozioni evitando di metterle nero su bianco''.
Sono pochi i giochi tanto silenziosi e stupefacenti, fatti di meraviglia in senso letterale. Viene in mente Journeydi Jenova Chen, fra memorie e rovine di civiltà delle quali si intuisce solo il passato senza che venga espresso chiaramente. E vengono in mente gli altri due videogame di Ueda. Il suo è un sogno che si ripete in maniera ossessiva con tutta la sua forza e le sue imperfezioni. Nel primo c'erano ancora una volta un quasi adolescente e una ragazza. E c'era un castello, pieno di ombre minacciose, nel quale erano stati abbandonati. I due non pralavano la stessa lingua, ma imparavano a proteggersi. Nel secondo di nuovo un ragazzo, un principe, che per riportare in vita la persona che ama deve cacciare dei colossi primordiali. Il legame quella volta era fra lui e il suo cavallo.
The Last Guardian
The Last Guardian, dal 7 dicembre per PlayStation 4, esce dopo un lunghissimo processo di sviluppo durato circa dieci anni. E' un gioco dove non ci sono guerre né invasioni di zombie. La storia di un ragazzino e di un enorme grifone, un animale primordiale e archetipo, entrambi abbandonati in un ermo cadente. Un luogo che ha la grandiosità delle rovine di Petra o di Angkor Vat prima che venissero scoperte. I due dialogano attraverso sguardi e gesti. Reietti entrambi, devono cercare una via di fuga (a cura di Jiame D'Alessandro)
''In The Last Guardian la comunicazione - prosegue Ueda - avviene attraverso lo sguardo. Gli occhi di Trico, l’animale gigantesco, cambiano colore secondo gli stati d'animo''. Sul suo corpo il protagonista si arrampica per raggiungere certe zone, può provare a dirgli dove dirigersi anche se l’animale è dotato di una sua volontà. A volte lo può perfino calmare accarezzandolo. Attraversando rovine assolate, sale monumentali cupe, trovano indizi sul passato di entrambi.
''Sono luoghi che ricordano la grandiosità di alcune civiltà scomparse. Nessun riferimento preciso eppure familiari. Il resto lo deve fare l’immaginazione dei giocatori. Io tendo ad esser attratto dalle forme di narrazione dove poco viene esplicitato e tanto viene lasciato alla mente del lettore o dello spettatore. E per quanto possa sembra strano che io abbia scelto i videogame come mezzo di espressione, visto che in genere dicono troppo e lasciano uno spazio infimo all’immaginazione, se usati in una certa maniera sono un mezzo potente per moltiplicare le immagini mentali. Quando ero all'università e studiavo storia dell’arte, c'erano alcuni videogame che amavo molto. Uno di questi era Another World (del 1991, scritto dal francese Éric Chahi, ndr.) dove avveniva esattamente questo: nessuna spiegazione sul perché, eppure aveva una capacità coinvolgente straordinaria''.
Fumito Ueda, il creatore di The Last Guardian
Un’ultima cosa, chiediamo a Ueda: perché ci ha messo così tanto a sviluppare The Last Guardian? ''E’ molto difficile per me spiegare in dettaglio i motivi che hanno portato a questo ritardo. Ci sono stati degli ostacoli e per superarli c’è voluto tanto. Ma la visione originale del gioco è la medesima''. Una visione che, anche grazie alla colonna sonora di Takeshi Furukawa, una volta giocata difficilmente si dimentica perché così diversa dalla media che passa su console. E questo malgrado Ueda sia intrappolato nel suo sogno ormai dal 2001 e non risca a far altro che raccontarlo da angolazioni diverse.