David Gilmour: “Con i Pink Floyd suonavamo da geni ma adesso vado al Massimo”
di Andrea SilenziLondra. Quando si arriva davanti all’ingresso dell’Astoria, la barca-studio nel sud del Tamigi dove David Gilmour registra i suoi dischi, non c’è nessuna indicazione che lasci sospettare della presenza di un luogo così magico. Qui sono stati realizzati anche A Momentary Lapse of Reason e The Division Bell dei Pink Floyd. Dopo il portoncino incastrato in un muretto di mattoni e una serie di scalini, la prima tappa è in una casina in legno con larghe vetrate con cucina e salottino. Poi un giardino curatissimo che conduce alla barca. Dentro, una saletta per l’ascolto di Luck and Strange, il nuovo album di Gilmour in uscita il 6 settembre dopo sette anni di silenzio discografico (l’ultima uscita era stata Live at Pompeii del 2017); lo studio del musicista, con il banco mixer e una serie di chitarre poggiate a terra (la prima della fila, con una tracolla in stile pellerossa, apparteneva a Jimi Hendrix); una piccola camera da letto e una serie di bow windows che affacciano sull’acqua animat…
Londra. Quando si arriva davanti all’ingresso dell’Astoria, la barca-studio nel sud del Tamigi dove David Gilmour registra i suoi dischi, non c’è nessuna indicazione che lasci sospettare della presenza di un luogo così magico. Qui sono stati realizzati anche A Momentary Lapse of Reason e The Division Bell dei Pink Floyd. Dopo il portoncino incastrato in un muretto di mattoni e una serie di scalini, la prima tappa è in una casina in legno con larghe vetrate con cucina e salottino. Poi un giardino curatissimo che conduce alla barca. Dentro, una saletta per l’ascolto di Luck and Strange, il nuovo album di Gilmour in uscita il 6 settembre dopo sette anni di silenzio discografico (l’ultima uscita era stata Live at Pompeii del 2017); lo studio del musicista, con il banco mixer e una serie di chitarre poggiate a terra (la prima della fila, con una tracolla in stile pellerossa, apparteneva a Jimi Hendrix); una piccola camera da letto e una serie di bow windows che affacciano sull’acqua animata dai cigni.
Quando arriva Gilmour, 78 anni, vestito di nero e molto rilassato, ci viene ricordato l’unico divieto assoluto per questo incontro: mai nominare Roger Waters. Dopo l’uscita rancorosa di Waters dai Pink Floyd nel 1985, iniziò una battaglia legale che si risolse con un incontro pacificatore proprio su questa barca-studio alla vigilia del Natale del 1987. Da allora i due hanno suonato insieme in pochissime occasioni, e i rapporti da sempre tesi sono definitivamente precipitati per le visioni opposte sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Gilmour ha rispolverato il nome Pink Floyd insieme a Nick Mason per Hey! Hey! Rise Up!, un brano in collaborazione con un artista ucraino contro l’invasione. «Triste» fu il commento di Waters che, invitato da Mosca a parlare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dell’invasione aveva detto: «Non è stata non provocata». E poi vari scambi di insulti sui social network.
Prima di iniziare l’intervista Gilmour prende una delle chitarre e accenna l’inizio della title-track del nuovo disco. Poi la rimette a terra e si concentra sulle domande.
In molte canzoni di questo suo nuovo album c’è un’atmosfera un po’ malinconica. Come vive l’esperienza del passare del tempo? Con serenità o con paura?
«Entrambe le cose. Voglio dire, io sono io. Quando arrivi alla mia età pensi di più alla morte, anche se io in verità ci penso da sempre – e con una certa preoccupazione. È la protagonista delle canzoni che ho scritto fin da quando avevo vent’anni. Un po’ un’ossessione. Poi c’è stato il periodo del lockdown, quando pensavamo che questo virus potesse ucciderci tutti, e fortunatamente non è successo anche credo grazie all’aiuto della scienza, ma siamo rimasti bloccati in casa. E abbiamo finito per parlare molto di più di questi argomenti».
Che sensazione fa guardarsi indietro per uno dei Pink Floyd?
«In realtà non guardo molto al passato, sono più interessato a vivere il presente. Ho avuto una grande, bella carriera. In tutto questo tempo ho prodotto cose di cui sono molto orgoglioso. Ma non tornerei indietro. Ci sono persone che continuano a parlare degli anni 70 come di un’epoca d’oro, per me lo sono state tutte quelle che ho vissuto. La mia felicità, e serenità, la mia arte, sono al massimo possibile. Sono una persona felice. Ho la moglie migliore che si possa avere, ho avuto figli fantastici. E ho appena fatto un album di cui non posso fare a meno di essere molto orgoglioso».
I testi dei suoi brani li scrive sua moglie Polly Samson. Ora canta anche con sua figlia Romany in Between Two Points, struggente cover dei Montgolfier Brothers. La musica sta diventando un affare di famiglia?
«Beh, ho sempre amato l’idea di persone di famiglia che cantano insieme. C’è qualcosa di magico negli Everly Brothers, così come nei Beach Boys. Quando c’è stato il Covid avremmo dovuto fare degli spettacoli letterari per Polly, per il suo libro A Theatre For Dreamers. Ma non potevamo andare in giro per il Paese, quindi li abbiamo fatti dal fienile. E Romany veniva e si univa a noi in quegli strani show. Alla fine è diventato sempre più naturale lavorare insieme. Immagino di essere arrivato al punto di essermi liberato da qualsiasi assurda regola a cui dovrei aderire. Non devo cercare di suonare come i Pink Floyd o come nei miei vecchi dischi. Non ho debiti con nessuno. Viviamo qui e ora, e mi piace così».
Ha definito Luck and Strange, la canzone, un’istantanea del modo in cui i baby boomer hanno vissuto nel dopoguerra. C’è più gioia al pensiero di avercela fatta o più nostalgia?
«È sembrato un periodo meraviglioso per molti di noi, subito dopo la guerra. C’era la pace. La povertà non sembrava essere così grave come era stata. Voglio dire, ovviamente c’erano posti sul nostro meraviglioso pianeta dove le cose andavano malissimo, ma allora a noi sembrava una specie di età dell’oro dopo quello che avevamo vissuto. Guardando il mondo in cui viviamo attualmente, non direi che possiamo avere la stessa sensazione. La canzone è una sorta di riflessione su questo tema».
Ha suonato a Pompei da solo e con i Pink Floyd, ora sei concerti al Circo Massimo di Roma (27, 28, 29 settembre, 1, 2, 3 ottobre). Che effetto le fa esibirsi in questi luoghi?
«Di solito ti trovi a suonare in arene sportive, e alla fine non è una cosa molto suggestiva. Ma negli ultimi vent’anni abbiamo avuto la possibilità di esibirci in posti bellissimi, magici. Dove hai la sensazione di percepire le esperienze delle vite vissute: per questo cerco sempre di trovarmi a suonare in posti come Pompei o il Circo Massimo. Siamo stati anche fortunati: trovare un posto così bello disponibile al momento giusto».
Nick Mason sta portando in giro uno show intitolato A Saucerful Of Secrets in cui ripropone canzoni dei primi dischi dei Pink Floyd. La infastidisce? Lei lo farebbe?
«No, non mi disturba. Sono molto, molto felice che Nick vada in giro a suonare mostrando un lato della nostra carriera che nessuno di noi ha seguito. È fantastico. Penso che si stiano divertendo un mondo. Poi quello che farei o non farei io è un’altra questione».
In molti sondaggi il suo assolo di chitarra in Comfortably Numb è considerato il migliore di sempre.
«Ne sono felice. Ma sono più orgoglioso della scrittura di quel pezzo che non dell’assolo».
Cosa ricorda dell’esperienza con Michelangelo Antonioni per le musiche di Zabriskie Point? Il rapporto con il regista non deve essere stato facile.
«Alloggiavamo a Roma, all’Hotel Massimo D’Azeglio, vicino alla Stazione Termini. Il rapporto con Michelangelo era buono. Lui lavorava tutto il giorno al montaggio, poi veniva nello studio di registrazione. Cenavamo in hotel e poi provavamo, mi pare di ricordare, dalle 9 di sera alle 9 di mattina, forse perché lo studio era disponibile solo in quegli orari. Si sedeva dietro al mixer e di solito si addormentava per circa 3 ore mentre lavoravamo. La maggior parte dei registi vuole una musica che accresca l’emozione della scena, lui invece voleva che fossimo un po’ piatti all’interno della narrazione. Probabilmente non riusciva a trovare le parole giuste in inglese e quindi abbiamo semplicemente creato alcuni pezzi di musica. Ne ha usati alcuni, molti altri no. Avevamo scritto in quell’occasione Us and Them, che poi è finita su The Dark Side of the Moon, ma lui la giudicò troppo triste: disse che gli ricordava una chiesa. Ma stavamo bene con lui».
Ripensando alla sua carriera, qual è il momento più felice e quale il più triste?
«Penso che questo sia il momento più felice, davvero, bello. Quello più triste? Nella vita ce ne sono tanti felici e tanti tristi. Ma dobbiamo rialzarci dopo le cose peggiori e andare avanti. Ovviamente è stato molto triste quando è morto Syd (Barrett, cofondatore dei Pink Floyd, morì nel 2006, ndr), è stato molto triste quando se n’è andato Rick (Wright, nel 2008, ndr). Ma è quello che succede a tutti noi».
A questo proposito, nella canzone Yes, I Have Ghosts ammette di avere fantasmi. Ci sono anche Syd e Rick?
«Beh, sì, ho dei fantasmi. In quella canzone in particolare le parole di Polly sono direttamente collegate ai personaggi del suo libro. Ma non c’è un riferimento specifico alla mia vita».
Cosa le manca di più di Barrett e Wright?
«Beh, mi mancano loro. La sensibilità musicale di Rick era molto idiosincratica ed aveva un modo insolito di suonare, di scrivere musica: era un grande partner e amava discutere. Con il mio Syd eravamo amici fin dall’adolescenza, una persona che ho amato molto. Siamo andati in vacanza insieme nel sud della Francia, facendo l’autostop. Che dirle, provo la stessa tristezza che proverebbe chiunque. È stato un amico intimo, e ha molto poco a che fare con la musica con i Pink Floyd».
Siamo circondati da venti di guerra e dal timore di conflitti nucleari. La musica può fare qualcosa?
«Che la musica possa cambiare qualcosa in modo diretto è un’idea che ritengo improbabile. Il nostro mondo sta diventando sempre più buio, siamo circondati da personaggi molto simili a dittatori, anzi pagliacci, che governano i Paesi. La Gran Bretagna, stranamente, ha fatto un piccolo passo nella giusta direzione, e prego che l’America faccia altrettanto a novembre. L’Italia non sono sicuro che stia andando nella giusta direzione. C’è stato un periodo, negli anni 60, dominato da un genuino ottimismo e dal pensiero che la musica avrebbe potuto cambiare le cose. In realtà quello che abbiamo fatto allora non ha né fermato le guerre e né ha reso il mondo un posto migliore. Spero solo che le persone, uscendo dai miei concerti, si accorgano che c’è ancora una Luna e che possano vivere e agire con più ottimismo».
Riascoltandolo oggi: perché secondo lei The Dark Side Of The Moon è un disco così perfetto?
«Perché eravamo tutti dei geni. Penso sempre che anch’io lo troverei magnifico se solo lo riascoltassi, cosa che però non faccio mai. Ne vado molto orgoglioso, ma non voglio adagiarmi sul passato. È trascorso molto, troppo tempo. Sto guardando avanti, penso al prossimo disco che farò, sono più interessato alla mia famiglia e al lavoro che faccio oggi».