Nelio Biedermann, autore de I Lazar: “Io ragazzo prodigio? Mi lascio guidare dall'immaginazione”
di Zita DazziCerca di restare «un ragazzo normale, che vede gli amici e si deve laureare in Lettere tedesche». Ma nel 2025, a soli 22 anni, ha pubblicato in Germania un romanzo rimasto in classifica 29 settimane e paragonato niente di meno che ai Buddenbrook di Thomas Mann. Una saga, I Lázár, in uscita nel mondo e in Italia (per Guanda) ai primi di settembre, nell’empatica traduzione di Leonella Basiglini. L’autore bestseller è lo svizzero di origini ungheresi Nelio Biedermann, che ha scritto cinque diverse versioni del romanzo da quando aveva 16 anni. Per farlo ha attinto dalle memorie della nonna che nell’infanzia gli raccontava la storia dei nobili antenati vissuti tra le due guerre mondiali, arrivando fino all’espropriazione dei beni sotto il regime comunista e al 1956, con i carri armati sovietici che misero fine alla primavera di Budapest. Foto e documenti storici dell’archivio di famiglia lo hanno aiutato a ricostruire minuziosamente le vicende al centro del romanzo, dai tempi dell’Impero a…
Cerca di restare «un ragazzo normale, che vede gli amici e si deve laureare in Lettere tedesche». Ma nel 2025, a soli 22 anni, ha pubblicato in Germania un romanzo rimasto in classifica 29 settimane e paragonato niente di meno che ai Buddenbrook di Thomas Mann. Una saga, I Lázár, in uscita nel mondo e in Italia (per Guanda) ai primi di settembre, nell’empatica traduzione di Leonella Basiglini. L’autore bestseller è lo svizzero di origini ungheresi Nelio Biedermann, che ha scritto cinque diverse versioni del romanzo da quando aveva 16 anni. Per farlo ha attinto dalle memorie della nonna che nell’infanzia gli raccontava la storia dei nobili antenati vissuti tra le due guerre mondiali, arrivando fino all’espropriazione dei beni sotto il regime comunista e al 1956, con i carri armati sovietici che misero fine alla primavera di Budapest. Foto e documenti storici dell’archivio di famiglia lo hanno aiutato a ricostruire minuziosamente le vicende al centro del romanzo, dai tempi dell’Impero austroungarico fino alla collaborazione con le Ss, alla disfatta dei nazisti e all’avvento del governo legato a Stalin.
Biedermann, le sue pagine iniziali sembrano tratte da una fiaba gotica. In un castello isolato, vicino a una cupa foresta carica di elementi simbolici, nasce un bambino prodigio con la pelle trasparente. Lajos è destinato a raccogliere e interpretare l’eredità morale dei Lázár, una dinastia aristocratica con una strana tendenza a soccombere alla follia, a fare una fine violenta e ad esser spazzata via dalla Storia. Quanto c’è di vero in questi personaggi così romanzeschi? «Le vicende sembrano quelle capitate realmente alla mia famiglia, ma i protagonisti sono tutti immaginari. Non volevo che nessuno si riconoscesse in singole figure. Come ogni scrittore mi sono ispirato alla realtà, facendo un collage di cose realmente accadute e di altre inventate. Forse l’unico che somiglia a qualcuno, cioè a me, è Pista. L’ultimo del casato».
Nel corso del libro, seguiamo Sándor e sua moglie Mária, i loro figli Lajos e Ilona e, infine, i nipoti Pista ed Éva, per 60 anni di storia. Come ha costruito la meccanica di questa storia intrecciata alle grandi tragedie del ‘900? «Sono partito dalla concatenazione storica degli eventi, l’ossatura del romanzo. Sapevo che la mia famiglia aveva attraversato questi passaggi, che dovevano essere dentro al libro. Ma non ho fatto una scaletta preventiva e non sapevo dove sarei approdato, che cosa sarebbe successo ai miei personaggi. L’ho scoperto scrivendo e non sarebbe stato così divertente lavorare a questo libro se avessi programmato tutto in anticipo. Scrivere per me è come leggere: interessante perché non so dove va la storia».
Lei è un esponente della Gen Z ma è già stato paragonato addirittura a Thomas Mann, o a Marcel Proust e James Joyce; ci sono anche echi del realismo magico alla García Márquez, o persino del Gattopardo dello scrittore italiano Tomasi di Lampedusa. Quali sono stati i suoi veri riferimenti letterari? «Ho letto I Buddenbrook, Alla ricerca del tempo perduto e Cent’anni di solitudine mentre scrivevo il mio libro, per capire come quegli autori così importanti per la letteratura mondiale avessero costruito il loro lavoro, per trovare il tono e lo stile classico del linguaggio che dovevo adoperare io. Ma mi sono ispirato anche a Sándor Márai e a La marcia di Radetzky di Joseph Roth, che ho studiato per capire come esprimere il sentimento del tempo. E poi ho scritto lasciandomi guidare dalla mia immaginazione».
I parenti l’hanno aiutata a raccogliere i ricordi? «La storia familiare l’ho sempre sentita raccontare dalla nonna e dagli zii. Ma non sapevano che lavoravo al libro. Sono andato da un prozio a Budapest dicendogli che stavo facendo ricerche storiche sulla dinastia Lázár. Lui mi ha mostrato le foto d’epoca e gli archivi del casato. Ma non ho fatto leggere niente a nessuno di loro fino a quando il manoscritto non è stato comprato dall’editore tedesco. L’ho spedito mentre ero in viaggio in Messico per non ricevere commenti o reazioni. Ero molto agitato, temevo la loro disapprovazione. Quando è uscito e ha cominciato ad avere successo, mio padre mi ha detto che non si sarebbe mai immaginato che la nostra storia potesse essere di interesse pubblico. Probabilmente non immaginava quante ore ho passato su ogni singolo dettaglio di questo romanzo».
Che infanzia è stata la sua? «Penso di essere stato un bambino normale. Mia madre dice che osservavo molto per capire cosa stesse succedendo intorno a me. Avevo grande immaginazione e pur non mancandomi gli amici, preferivo giocare da solo perché avevo questa grande fantasia che mi bastava per essere felice. Mi definiscono un “ragazzo prodigio” ma penso di essere stato un adolescente normale. Un grande lettore, più che altro. Non ero bravo a scrivere da piccolo, ho imparato esercitandomi, senza scuole di scrittura. Tre anni fa ne volevo fare una, ma non ho passato i test d’ammissione. Adesso capisco che è stato meglio così».
Lei abita a Zurigo, ma la storia dei suoi antenati affonda le radici in Ungheria, all’epoca dell’Impero. Come mai un ventenne cresciuto nell’era dell’intelligenza artificiale sceglie di raccontare l’ascesa e il declino di una nobiltà antica travolta dalla Storia nel secolo scorso? «Fin da piccolo tenevo a mettere in salvo le memorie di famiglia perché non venissero dimenticate. Quelle vicende per me erano importanti e mi sono detto che dovevo proteggerle. E scrivendo mi sono accorto che non erano “vecchie”, superate, che avevano molti parallelismi con l’attualità. Ho pensato che noi oggi possiamo imparare qualcosa dagli errori fatti dalle generazioni precedenti. È una storia del passato, che molto ha da dire a chi vive nel mondo odierno».
Le donne nel suo romanzo svolgono un ruolo preciso. Mária, la madre di Lajos, sembra portavoce di un universo femminile costretto nel corso dei secoli a soffrire, a essere incompreso e a subire soprusi, in un mondo bellicoso, dominato da logiche patriarcali. «Le donne sono sempre state molto importanti nella mia famiglia, a partire da mia nonna che mi ha regalato tutti questi ricordi. Oggi vivo con mia sorella, abbiamo un rapporto profondo. E ho una ragazza. Era importante avere tanti personaggi femminili nel romanzo perché le donne nel corso delle tragedie del secolo scorso anno sofferto molto, forse più degli uomini. Non andavano in guerra ma subivano ingiustizie. Compito dell’arte è anche mostrare queste situazioni. Ed è importante farlo oggi, mentre partiti di destra si affermano sostenendo programmi politici che non aiutano le donne, idee che non portano progresso ma arretramento culturale».
Questo è un romanzo storico, ma si legge anche come un libro d’amore, pieno di intrighi romantici, relazioni extraconiugali, sesso sfrenato, feticismo e carnalità. «Sì, c’è anche molto sesso nel mio libro, rispetto ai grandi romanzi ottocenteschi. Allora la letteratura teneva tutto questo sottotraccia: le tensioni sessuali sotterranee erano evidenti, ma non descritte come si fa nella letteratura contemporanea. I miei personaggi, pur appartenendo a quell’epoca, invece, sono attraversati dalle forti passioni di tutti gli esseri umani. E le vivono, anche se noi sappiamo che allora non avrebbero potuto esprimere così liberamente i loro desideri. Può essere che questo sia uno dei punti di forza del libro».
Sul Venerdì del 28 agosto 2026