«Quando dici “Repubblica”, pensi esista da sempre, eppure è così giovane». Sarà che il giornale rinasce nuovo ogni giorno ma Eugenia, (per ora) la più piccola lettrice-visitatrice di Repubblica50, è stupita da una storia in fondo breve e tanto densa. Ha vent’anni e una reflex al collo, scatta di continuo tra Olivetti, vignette di Forattini, prime pagine, numeri zero, è una «lettrice digitale», «porto il nome del fondatore e allora sono venuta per imparare, per scoprire com’è andata».
Ecco, com’è andata c’è chi se lo ricorda: c’era. Il più lesto, nel primo giorno d’apertura al pubblico, a varcare la soglia del padiglione industriale che al Mattatoio ospita la mostra sui cinquant’anni di Repubblica si chiama Antonio Cordaro: «Avevo ventiquattr’anni nel ’76, il giornale l’ho visto nascere, lavoravo nello stabilimento tipografico in via dei Mille. Eravamo tutti presi quei giorni: un giornale nuovo, un formato diverso, Scalfari che controllava ogni cosa. È stata una così bella avventura che mi viene da piangere».
Ognuno qui, tra centinaia di lettori che sfilano nel serpentone di schermi, foto, interviste, articoli, inchieste, ha un pezzo di vita che che lo lega a quel giornale “diverso dagli altri”. Una coppia in pensione si ferma davanti alle prime pagine degli anni Ottanta: «Nostro figlio aveva due anni quando ci fu il terremoto dell’Irpinia. Sopra una foto drammatica, Repubblica titolava: “Il sud sprofonda”. Indimenticabile. È la vita privata che si mischia alla storia d’Italia e va di pari passo con quella del giornale».
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Un filo che per Filomena Gallo, arrivata da Napoli, si riannoda fino alla nascita del Venerdì: «La prima copertina con Marcello Mastroianni vestito di bianco la conservo ancora oggi. E di prime pagine quante ne ho in mente. Le più intense? Quelle del rapimento Moro. È come essere stati testimoni e lettori di una storia che ritroviamo qui: un’emozione».
Ci sono “il rosmarino per i ricordi, le viole per i pensieri”, come disse Scalfari nel suo commiato alla direzione, l’ortica delle critiche pure. «Repubblica non può essere un giornale normale, dev’essere sempre una “nave corsara”, aggressiva, incisiva», dice Gino Martusciello, lettore della prima ora.
Marco, zainetto in spalle e cappellino, di Repubblica ha invece la stessa età: «La leggo, la commento, mi ci arrabbio parecchio, ma resta la mia bussola. Le dieci domande di D’Avanzo a Berlusconi, la prima pagina bianca contro la legge bavaglio, questo è il mio bagaglio».
Un giornale di formazione, «un presidio politico e culturale indispensabile grazie al suo giornalismo, agli intellettuali che le gravitano attorno, alla capacità d’intercettare le tendenze, che è stata fondamentale per la mia crescita culturale e per la lettura economica della società», ricorda Gioacchino Ausili, 69 anni. «Se non la trovassi ogni giorno in edicola non vivrei ore simpatiche», confessa commosso con l’augurio per il futuro.
Tra un po’ di capelli grigi, ci sono lettori giovani, giovanissimi. «Ma io sono un giovane vecchio», scherza Gianmarco Cotroneo, 23 anni, siciliano, ogni mattina in edicola a cercare il cartaceo. «Mi consigliò la prof delle medie di leggere Repubblica, non ho mai smesso. Per me è una voce contro l’autoritarismo globale e leggerla significa formarsi idee chiare. Ha l’età di mia mamma ma in pochissimo tempo, come spiega questa mostra, è diventata un’autorità, un’icona».
Nella sala del documentario in cui Ezio Mauro ne racconta ogni stagione, c’è Donatella Rosetti, trent’anni, cresciuta tra le copie che la mamma portava a casa assieme a Velvet e D: «Pensavo che da lì è nata la mia passione per la moda, diventata un lavoro: lo devo a un giornale».
Quando ormai è buio esce Mario Di Maria, 82 anni, per una vita infermiere, una «missione che iniziava ogni mattina col quotidiano in mano, un giornale che si poteva mettere in tasca portando a casa la storia. Mi fa tristezza vedere oggi tante edicole chiuse o sparite, ma non mollo». Leggere, dice, «serve, se qualcosa ti resta. E Repubblica resta».