Durante la pandemia da Covid-19 abbiamo imparato a familiarizzare con il concetto di “zoonosi”, malattie che possono essere trasmesse dagli animali agli esseri umani attraverso il famoso “salto di specie”. Un fenomeno che ha molto a che fare con il cambiamento climatico e con le attività antropiche, che in modi diversi favoriscono il contatto fra specie selvatiche e specie domestiche o da allevamento, e quindi con l’essere umano. Nel corso di uno studio pubblicato su Science Advances, un gruppo di ricercatrici e ricercatori ha analizzato l’influenza che fattori climatici, ambientali e relativi alla densità di popolazione hanno avuto in passato sullo sviluppo di focolai zoonotici a livello globale.
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In particolare, il team di ricerca ha preso in esame le malattie inserite dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) nella “list of priority diseases”, poiché considerate dagli esperti come un potenziale rischio per la salute pubblica a causa della loro contagiosità o dell’assenza di vaccini e altre misure per contrastarne la diffusione. Dai risultati è emerso che circa il 9,3% della superficie terrestre presenta un rischio alto (6,3%) o molto alto (3%) di focolai zoonotici, che interessa soprattutto l’America Latina e l’Oceania.
La mappa globale del rischio
Le malattie inserite dall’Oms nella priority list per il potenziale rischio che pongono in termini di salute pubblica sono: il Covid-19, la febbre emorragica di Crimea-Congo, l’Ebola, la febbre di Lassa, la sindrome respiratoria Medio-Orientale (Mers), la sindrome respiratoria acuta grave (Sars), la malattia da virus di Marburg, la malattia da virus Nipah, la febbre della Rift Valley, lo Zika e la cosiddetta “malattia X”. Quest’ultima è una patologia ipotetica che l’Oms utilizza per riferirsi a un “patogeno X” ancora sconosciuto, e che in futuro potrebbe essere responsabile di focolai o epidemie.
Nel corso dello studio, il team di ricerca ha utilizzato i dati relativi a focolai o epidemie dovuti a queste malattie e registrati fra il 1970 e il 2020, ottenuti dal Global Infectious Diseases and Epidemiology Network. Dall’analisi è stato escluso il Covid-19 a causa della sua ampia e capillare diffusione, che, spiegano gli autori della pubblicazione, in sostanza avrebbe “oscurato” eventuali pattern interessanti relativi alle altre patologie.
Il lavoro del gruppo di ricerca ha prodotto una “mappa globale del rischio”, ottenuta attraverso un modello che tiene in considerazione nove potenziali fattori scatenanti, raggruppati in tre categorie: fattori climatici (temperatura, precipitazioni, carenza idrica), fattori ambientali (vicinanza fra esseri umani e foreste, perdita della biodiversità, densità degli allevamenti, frequenza del cambiamento di destinazione d’uso del suolo), e popolazione (densità di popolazione). Non si tratta esattamente di un modello predittivo per il futuro, ma dell’analisi dei fattori che, in passato, avrebbero influenzato maggiormente il verificarsi di outbreak dovuti alle patologie per cui l’Oms ha un particolare occhio di riguardo. E che dovrebbero essere tenuti presenti in termini di strategie di intervento e prevenzione.
Fra questi fattori, quello relativo alla densità di popolazione è risultato avere un effetto prominente. Ma anche fattori climatici come la carenza idrica, le oscillazioni delle temperature e l’intensità delle precipitazioni giocherebbero un ruolo importante per quanto riguarda il rischio che si verifichino focolai zoonotici. Per esempio, si legge nello studio, la scarsa disponibilità di acqua e anche di vegetazione favorisce il raggruppamento di animali (sia selvatici che da allevamento) in prossimità delle poche sorgenti disponibili, aumentando la probabilità di contatto e quindi anche di contagio.
Il 20% della popolazione globale vive in aree a rischio medio
Oltre alla mappa, i ricercatori hanno anche elaborato un “indice di rischio epidemico”, che combina il rischio specifico relativo a ciascun paese (legato ai nove fattori presi in esame), con una stima della capacità di risposta allo scoppio di eventuali focolai da parte del paese corrispondente.
Per quanto riguarda le zone che secondo i risultati corrono un rischio maggiore di oubreak, come anticipato America Latina e Oceania sono in cima alla lista, occupando, rispettivamente, il 27,1 e il 18,6% dell’area totale considerata a rischio elevato o molto elevato. Seguono Asia (6,9%), Africa (5,2%), Europa (0,2%) e Nord America (0,08%).
Tenendo invece in considerazione la distribuzione della popolazione, dallo studio è emerso che ben il 20% vivrebbe in aree a rischio medio, mentre il 3% in aree a rischio elevato e molto elevato.
“Questo sottolinea la necessità di un monitoraggio continuo e dell'integrazione degli sforzi di adattamento e mitigazione del clima nella pianificazione della salute pubblica - scrivono gli autori - Tradurre queste stime di rischio in un indice di rischio epidemico permette di identificare le aree ad alto rischio e supporta i politici nel migliorare le capacità di risposta, allocare efficacemente le risorse e promuovere la collaborazione internazionale per affrontare le minacce alla salute globale”.