Siamo anche, in buona misura, il clima che ci circonda: "Quando il tempo cambia, cambia il mondo e anche noi" scriveva Marcel Proust. Pensava ad un meteo certamente più innocente di quello che ha scatenato l’onda di piena che ha appena ucciso cento persone in Texas. Ma, per questo, le parole sembrano anche più vere, mentre guardiamo ad un mondo diventato, quasi di colpo, da una catastrofe all’altra, irriconoscibile. Il punto non è la piena del Texas. Il punto è che la piena del Texas arriva a ridosso degli incendi in California, delle inondazioni in Emilia e sul Danubio, delle ondate di calore record di qua e di là dell’Atlantico, della cappa infuocata che, dicono i meteorologi, ci aspetta a fine luglio, in uno sconquasso senza respiro e senza requie.
Una volta, di un vecchio si diceva che aveva 80 primavere, per indicare che aveva superato 80 inverni. Oggi si deve dire che ha 80 autunni, perché l’insidia è nell’estate, quando, come evoca Il Gattopardo, "nevica fuoco come sulle città maledette della Bibbia". Come sempre, è l’impassibile cinismo dei numeri a dare la misura di quanto accade. Nei primi venti anni del secolo, il caldo ha ucciso mezzo milione di persone, un terzo in Europa, una metà in Asia. Anziani, spesso, ma anche molti lavoratori in piena salute: chi lavora all’aperto ha 14 volte più probabilità di morire per il caldo. E, dal 2000, le morti per caldo, sul posto di lavoro sono cresciute nel mondo del 42%. Anche chi dovrebbe essere attrezzato e abituato viene colpito. Nevada, Arizona, il Sud Ovest degli Stati Uniti, sono una zona arida e rovente da quando la conosciamo. Ma, nella bolla di calore del luglio 2023, la gente finita in ospedale è aumentata dell’88% rispetto alla media dei cinque anni precedenti.
A domanda, Donald Trump risponderebbe, probabilmente, che c’è l’aria condizionata. Nel mondo ci sono due miliardi di condizionatori, uno ogni quattro persone. È una media,naturalmente. Più corretto dire che ce n’è più di uno a testa, dove la gente se li può permettere. Ma quel soffio di aria fresca è una salvezza fasulla e illusoria. A quel soffio corrisponde, infatti, un getto di aria calda all’esterno, sufficiente a far salire la temperatura circostante di un grado. Sembra poco 1 grado? Secondo uno studio britannico, in una ondata di calore, l’aumento di un grado significa l’1,8% di decessi in più. Declinato in un altro modo, a 40 gradi ci sono il 10% di morti in più fra gli over 65. Fino a due anni fa, la ricetta per scampare al disastro sembrava scritta e concordata: fermare l’effetto serra con politiche verdi, più ecologia, un nuovo modello di sviluppo. Oggi, la parola d’ordine vincente è, invece, rinviare e stornare i sacrifici, salvare l’esistente, evitare le fughe in avanti. Difficile capire quanti ci credano davvero. Non, ad esempio, in quel tempio di cautela e moderazione che è la Banca centrale europea: in termini di benessere collettivo, "politiche troppo stringenti", contro il cambiamento climatico, "fanno perdere significativamente meno – scrivono a Francoforte – di politiche troppo accomodanti". In parole più semplici, il gioco vale la candela: perché la bolletta del riscaldamento globale è pesante e inaggirabile.
Il costo delle ondate di calore
A cominciare dalle emergenze sanitarie. In Inghilterra hanno calcolato che le morti per calore comportino un costo di 9 miliardi di dollari all’anno (l’equivalente di oltre mezzo punto di Pil per l’Italia), sia per lo stress sulle strutture ospedaliere, sia per la perdita di produttività che risulta dai decessi. Ma non sono solo le morti ad appesantire l’economia. Il caldo, infatti, quando non uccide, sfibra. Ben lo sapeva il principe di Salina quando, ai suoi interlocutori piemontesi, diceva che, con l’arsura della sua terra, "se un siciliano lavorasse sul serio, spenderebbe l’energia che sarebbe sufficiente per tre". Secondo l’Ilo, l’Organizzazione mondiale del lavoro, il caldo come quello di queste settimane riduce le potenziali ore di lavoro del 2,2%: come se ci fossero, nel mondo, 80 milioni di persone in meno a lavorare. Oltre i 32 gradi, infatti, la capacità fisica si riduce del 40% per cento e del 66% oltre i 38 gradi.
In pratica, un giorno oltre i 32 gradi equivale a mezza giornata di sciopero. E questi vuoti aumentano di anno in anno. Una delle più celebri riviste di medicina, l’inglese Lancet, ha calcolato che, nel 2021, il caldo ha fatto perdere l’equivalente di 139 ore di lavoro per persona: in totale, 470 miliardi di ore di lavoro, il 37% in più degli anni ‘90. Sono soldi, anzitutto in busta paga.
Nei 75 giorni fra il 1 maggio e il 14 luglio di quest’anno, l’Italia ha registrato ben 44 giorni oltre i 32 gradi: le ore perdute si sono tradotte in una riduzione dell’1,8% del monte salari. Il risultato è che non c’è niente da ridere sulla siesta dei messicani e, in generale, sul buon senso dei lavoratori dei Tropici che riparano all’ombra nelle ore più calde: importanti autorità mediche ed esperti di lavoro sono giunti alla conclusione che una delle prime misure anti-caldo è metter mano agli orari, concentrando l’attività nelle prime ore del mattino e della sera. Una siesta generalizzata.
Clima, giugno da record: mai così caldo in Europa occidentale
La conseguenza delle ore perdute è l’impatto dell’effetto-caldo sull’economia del paese. Anche il Pil, infatti, si scopre fiacco. L’ondata di caldo delle settimane scorse ha tagliato di mezzo punto il Pil europeo, ma in Italia (che condivide con la Spagna il record di giornate roventi) la mazzata è più pesante: nei 44 giorni bollenti abbiamo perso 1,2 punti di Pil, ben di più di quanto dovremmo crescere in tutto l’anno. Un autentico choc che, tuttavia, va probabilmente, ridimensionato. Parte di quel lavoro perduto verrà, infatti, recuperato più avanti, in giornate più fresche. Di quanto, però è difficile prevedere. Questo è il motivo per cui, quando si parla di caldo, gli esperti litigano. Un rapporto dell’Atlantic Council quantifica in 100 miliardi di dollari le perdite di Pil globale dovute all’ondata di caldo di queste settimane. Ma gli economisti di un grande gruppo assicurativo come Allianz ritengono i 100 miliardi di dollari una cifra esagerata, proprio perché non valuta il recupero dei prossimi mesi. Vedremo. Le ore perdute, tuttavia, sono solo uno dei problemi del Pil, e neanche il più grosso. Il mix micidiale fra il caldo che fa aumentare l’umidità dell’aria e la pioggia turbocaricata che ne risulta, moltiplica e amplifica gli effetti rovinosi che il riscaldamento globale ha sulla nostra vita. "Le piogge fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini, proprio lì, dove, due settimane prima, crepavano di sete". La Sicilia profonda, che racconta Il Gattopardo, non è più un’immagine estrema e remota di miseria e di disperazione. È quella che ci rilancia, giorno dopo giorno, la cronaca quotidiana di tv, giornali, clip di Youtube. "L’età degli estremi" annunciava, una quindicina di anni fa, un rapporto dell’Onu. Quegli estremi sono, ormai, il “new normal”, la condizione abituale, della nostra epoca. Li stiamo però pagando a caro prezzo.
Negli Usa, che al riscaldamento globale non credono più, i disastri climatici costano, secondo le assicurazioni, un miliardo di dollari ogni tre settimane. In Europa, negli ultimi cinquant’anni, hanno inghiottito quasi 600 miliardi di dollari. Ma è il quadro in movimento che soprattutto spaventa. Secondo il Wmo, l’Organizzazione meteorologica mondiale, negli anni ‘70 tempeste, alluvioni, siccità comportavano danni per 184 miliardi di dollari l’anno. Negli ultimi venti anni siamo saltati ad un costo globale di 1.500 miliardi di dollari l’anno, quasi dieci volte di più.
Gli effetti sulla crescita
A risentirne, prima ancora del livello del Pil, è il suo tasso di crescita, ovvero le potenzialità che una economia riesce ad esprimere. Con un paradosso iniziale. I soccorsi, gli interventi, il fervore di rinascita, infatti, hanno, un effetto inizialmente propulsivo: gli esperti lo chiamano “distruzione produttiva”. Ma la spinta si esaurisce con gli interventi, mentre emergono le potenzialità compromesse. A seconda del disastro. Visti con l’ottica dell’economia, infatti, non tutti i disastri sono uguali. Nel senso che l’entità del disastro non si traduce automaticamente in una corrispondente entità del danno. Grandi disastri, dicono gli esperti di Allianz, comportano danni all’economia proporzionalmente maggiori. In una sorta di tassonomia delle catastrofi, quelle che rientrano nel top 1 per cento delle più distruttive sottraggono 0,7 punti al tasso di crescita del Pil. Quelle del top 5% un po’ meno: in media 0,5 punti.
Isole di calore: dove trovare rifugio nelle nostre città
Tornare a lavorare, ricostruire. Ma il conto con la natura ancora deve venire. Nel “new normal”, il rapporto con la terra e la capacità di sfruttarla non sono più gli stessi di prima. Secondo uno studio di Nature sugli impatti del cambiamento climatico, l’aumento di un grado delle temperature corrisponde quasi ad un 5 per cento in meno delle calorie che l’agricoltura ci fornisce. Ne saranno colpite le maggiori colture, con la parziale eccezione del riso. E se, in generale, il peso del cambiamento climatico ricade soprattutto sui paesi tropicali e più poveri, nel caso dell’agricoltura accade il contrario. A pagare il prezzo di raccolti compromessi saranno le regioni a più alta produttività (i cosiddetti breadbasket) che oggi godono delle condizioni climatiche più favorevoli. Il risultato ci riguarda tutti, perché significa che, per mangiare, dovremo pagare di più. La Bce valuta che, nell’estate 2022, l’inflazione agroalimentare climaticamente indotta, per così dire, sia stata vicina allo 0,9%, ma valuta che, nei prossimi dieci anni, arriverà a toccare il 3%, portando, da sola, l’inflazione complessiva a ridosso del tetto del 2%, a cui guardano le banche centrali.
E, allora, qual è la bolletta del riscaldamento globale e come possiamo confrontarla con i sacrifici che comporta fermarlo? Nonostante le diverse metodologie adottate, le indicazioni degli esperti sono abbastanza convergenti. Secondo il Potsdam Institute, uno dei maggiori centri di ricerca sul clima, entro il 2049 saremo più poveri, a causa del riscaldamento globale, di 38 mila miliardi di dollari l’anno. In buona misura perché il tetto dei 2 gradi in più, rispetto all’era preindustriale non reggerà e, con il mondo più caldo di 3 gradi, dicono a Potsdam, il Pil globale sarà più basso del 10%. La previsione di Nature è che, solo per il caldo, il Pil mondiale, fra 25 anni, sarà più basso del 20%. Il resto (alluvioni, incendi, siccità) taglierà un altro 10%. Alle cifre di oggi dell’economia globale, il 30% corrisponde a 30 mila miliardi di dollari in meno nel Pil annuale. Tanti? Pochi? Quello che importa, osserva Nature, è che 30 mila miliardi sono 6 volte le cifre che bisognerebbe investire ogni anno per tenere il mondo entro il tetto dei 2 gradi. Sei a uno: eccolo il numero per decidere se pagare o no la bolletta che il clima ci presenta.
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L’ingiustizia sociale
Il dubbio è che, alla fine, chi conta di più nella decisione sia anche chi paga di meno. L’ingiustizia sociale vale anche per il caldo. La Bce sottolinea che il cambiamento climatico accentua le disuguaglianze. Fra settori, regioni e, in ultima analisi, individui. I gradi in più pesano di meno per chi può cambiare casa, ripararsi con il condizionatore, mettere una bistecca a tavola. Eppure, ricchi, attenzione: quel termometro che sale mette in discussione anche il sistema capitalistico. L’allarme viene dal settore dell’economia obiettivamente più esposto ai disastri climatici: le assicurazioni. Stanno arrivando temperature, osserva Gunther Thallinger del consiglio di amministrazione di Allianz, in cui "diventa impossibile offrire copertura assicurativa, perché i premi superano quello che persone e aziende possono pagare". Che polizza offrire a Venezia, ma anche nella parte bassa di Manhattan o a Rio de Janeiro, sul punto di finire sotto il mare? "Si tratta di un rischio sistemico - dice Thallinger - intere regioni (costiere, aride, facili agli incendi) stanno per uscire dai nostri libri contabili". E le banche non fanno prestiti per proprietà senza una polizza. Basta mutui, basta edilizia, basta investimenti a lungo termine. "Il rischio non può essere trasferito alle assicurazioni, ma neanche assorbito da uno Stato con risorse limitate o superato con l’adattamento: se raggiungiamo i 3 gradi, non siamo capaci di tornare a 2". Conclusione: "Il sistema finanziario cessa di funzionare e il capitalismo come lo conosciamo diventa impraticabile". In questo storia, il lieto fine bisogna guadagnarselo.