Probabilmente alla prossima visita in una rosticceria o in un fast food mangeremmo patatine più piccole. E più care. Anche questo avrà a che fare con la crisi climatica. “L’impatto delle condizioni meteorologiche eccezionalmente calde e secche dell'estate 2026 potrebbe ridurre il raccolto di patate nel Nord Europa di 3,1 milioni di tonnellate, con cali di resa compresi tra il 7% e il 21% rispetto alla media quinquennale. Sulla base dei prezzi concordati prima della siccità, il valore della produzione mancante è stimato tra i 405 e i 622 milioni di euro”. L’allarme sulla carenza di patate prossima ventura è contenuta in un rapporto appena pubblicato dall’organizzazione no-profit Energy and Climate Intelligence Unit.
Ai tre milioni di tonnellate mancanti all’appello per cause climatiche, vanno sommate anche le 3,6 milioni di tonnellate non coltivate volontariamente quest’anno dagli agricoltori europei. “L’anno scorso c’è stata una annata eccezionale, con una sovrapproduzione che ha fatto crollare i prezzi delle patate”, spiega Lorenzo Bazzana, responsabile Ortofrutta di Coldiretti. “Per questo nel 2026 le aziende hanno deciso di destinare molto meno terreno a questa coltivazione, ben il 13% in meno a livello europeo”.
A incidere sul crollo dei prezzi nel 2025 erano state anche ridotte esportazioni di prodotti lavorati (per esempio le patatine surgelate), a causa della competizione asiatica, ma anche dei dazi statunitensi. Il risultato era stato un eccesso di offerta sul mercato interno che aveva fatto crollare quasi a zero il prezzo di riferimento delle patate. Con i produttori belgi costretti a gettare, regalare, bruciare o destinare all'alimentazione del bestiame le patate invendute.
Da qui la riduzione della coltivazione nel 2026. Ma le aziende agricole europee non immaginavano che avrebbero dovuto affrontare l’estate più calda della storia (per ora). E così si è passati in 24 mesi da una produzione record a una che qualcuno non esita a definire “drammatica”, con un calo delle rese di un altro 13%. Sommato alla minor produzione fa un 26% in meno che avrà chiare ripercussioni sui prezzi per i consumatori.
I raccolti miseri non riguardano solo i grandi Paesi produttori del Nord (Francia, Germania, Olanda, Belgio). “Anche da noi c’è un calo notevole”, ammettono da Confagricoltura, “anche se come Paese mediterraneo le nostre coltivazioni sono più resilienti rispetto a siccità e alte temperature”. Fabio Ciaccia è componente della Federazione Nazionale Prodotto Orticole di Confagricoltura e produttore, su 250 ettari, nella Piana del Fucino, in Abruzzo: “Nella nostra zona abbiamo delle rese minori stimate in non più del 10%. E la qualità del prodotto al momento è accettabile, non molto diversa da quella degli altri anni. Ma nel bolognese e nel veronese, le stime parlano di rese più basse del 15-20%, con una qualità più scadente dovuta soprattutto a marciumi post-raccolta”. Anche qui c’entra l’estate dei record. “Sì, perché la raccolta è avvenuta con temperature elevatissime”, conferma Ciaccia. “E quel caldo può aver compromesso il prodotto prima che venisse messo nelle celle frigorifere”.
Dunque il calo di produzione c’è anche da noi, sebbene meno accentuato che all’estero. Il problema è che, anche in condizioni climatiche normali, il nostro Paese non è autosufficiente e importa dal Nord Europa tra il 40 e il 60% delle patate consumate, che si tratti di prodotto fresco o già lavorato. “Va anche detto”, precisa Bazzana di Coldiretti, “che noi italiani non siamo grandi consumatori. Pur essendo un ortaggio, dal punto di vista nutrizionale la patata fornisce soprattutto carboidrati. Noi abbiamo la pasta che assolve a quella funzione, mentre le patate sono centrali nelle diete dei Paesi nordici”. Ma è indubbio che la pessima annata del 2026 avrà ripercussioni anche sui prezzi italiani.
Come se non bastasse la siccità e il caldo estremo hanno bloccato la crescita dei tuberi. Normalmente l’industria alimentare che produce le chips scarta patate al di sotto dei 5 centimetri di diametro, ma quest’anno, come racconta il Financial Times, in molte aree della Francia sarà costretta ad abbassare gli standard, perché le patate non hanno superato i 4 centimetri. “L’altra possibilità è che, per mantenere la produzione ai livelli degli anni precedenti, le aziende comprino patate di solito destinate al mercato del fresco”, avverte Ciaccia. Una richiesta non prevista che avrebbe una ulteriore, inevitabile, ricaduta sui prezzi al consumo.