“Dopo il passaggio di Melissa sulla Giamaica mi aspettavo danni più ingenti, anche se il bilancio è ancora molto parziale”. Enrico Scoccimarro studia da vent’anni i cicloni tropicali, ma lo fa con un occhio rivolto al Mare Nostrum. Dirige la divisione Climate variability and Prediction presso il Centro Euro-Merditerraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC). “Quando ha colpito l’isola caraibica, l’uragano era di categoria 5, la più alta. Nell’oceano ce ne sono tanti che raggiungono la massima intensità… ma sono pochi quelli che toccano terra in queste condizioni”.
Cosa stiamo imparando dalla vicenda Melissa?
“Innanzitutto, che il sistema di allerta ha funzionato. È una grande novità, rispetto al passato: il tracciamento degli uragani è molto migliorato negli ultimi vent’anni. E di conseguenza sono stati creati sistemi di allerta molto più precisi”.
Perché questo ciclone ha destato tanto allarme?
“Melissa aveva caratteristiche particolarmente preoccupanti. A parte la categoria 5 con cui si è presentato sulla Giamaica, si è anche spostato molto lentamente, permanendo a lungo sulle stesse zone. E i danni maggiori degli uragani sono associati non al vento ma all’acqua: sia quella che scende dal cielo che quella che arriva dal mare. Più tempo staziona in un’area più quella sarà colpita dall’acqua”.
Che ruolo ha il riscaldamento globale?
“In realtà, in un ambiente più caldo ci si aspetta un minor numero di cicloni tropicali, perché l’atmosfera tende a essere più stabile. Però, una volta che si formano, possono essere più intensi, per via della maggiore quantità di energia presente nell’oceano. E anche la lentezza con cui si sposta Melissa è consistente con la variazione della dinamica di larga scala che ci aspettiamo in un clima più caldo”.
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Come si “spegne” un uragano?
“Di sicuro quando arriva a terra. Perché queste strutture si alimentano succhiando energia dall’oceano”.
Come mai al Cmcc siete esperti di cicloni tropicali?
“Già 15 anni fa sviluppammo un primo modello di simulazione del clima su scala globale che ci permetteva di studiare l’evoluzione dei cicloni tropicali, in scenari futuri, a seconda di quanta CO2 avremmo continuato a emettere in atmosfera da qui alla fine del secolo. Negli anni abbiamo raffinato la risoluzione dei nostri modelli fino a poter simulare le tempeste più intense, come gli uragani di categoria 5. Il nostro era uno dei due al mondo in grado di farlo quando finimmo quello sviluppo”.
Perché sono importanti le simulazioni al computer in questo ambito?
“Ci hanno permesso di comprendere nel dettaglio meccanismi che con la sola raccolta dei dati da satellite o dalle boe oceaniche non avremmo afferrato. Per esempio, la descrizione del processo che porta a ridurre l’intensità dell’uragano indotto dall’uragano stesso: l’energia estratta dall’oceano, può essere ridotta dal ciclone stesso: l’acqua calda superficiale viene allontanata dal centro del ciclone e sostituita dall’acqua più fredda che risale dalle profondità. A quel punto il ciclone perde energia a causa di sé stesso. Ma questi dati su tutta la ‘colonna’ oceanica non sono facilmente misurabili, ed è per questo che risultano fondamentali le simulazioni numeriche ”.
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Melissa non si è autospento…
“Ce lo saremmo aspettato, anche perché era lento e doveva pompare verso l’alto molta acqua fredda dalla sottosuperficie. Se non è successo è perché lo strato di acqua calda in questo caso era sufficientemente profondo”.
Con il cambiamento climatico dobbiamo temere qualcosa del genere anche alle nostre latitudini?
“Nel Mediterraneo abbiamo i Medicane. Hanno una struttura simile ai cicloni tropicali, perché riescono anche loro a prendere energia dal mare, al contrario dei normali cicloni delle nostre latitudini: si forma un cuore caldo al centro in quota, che prende energia dal basso. Sono però molto rari, in media uno ogni due anni. E non sono in grado di raggiungere la stessa intensità degli uragani atlantici. Le temperature in gioco, e quindi le energie, sono più basse che ai tropici. Inoltre il Mediterraneo è assai più piccolo dell’Atlantico e le strutture dei Medicane non potranno mai raggiungere i mille chilometri di diametro di un uragano. Infine, si spengono molto prima, questione di giorni, mentre un ciclone tropicale può ‘passeggiare’ tre o quattro settimane nell’Oceano”