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Clima e disuguaglianza: perché le donne pagano il prezzo più alto

Clima e disuguaglianza: perché le donne pagano il prezzo più alto

In occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’Onu ricorda come gli eventi estremi e il riscaldamento globale colpiscono maggiormente la popolazione femminile. “14 volte più a rischio di perdere la vita”

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La crisi climatica accentua le disparità di genere e a pagarne il prezzo più alto sono le donne. Sia in termini di salute che di istruzione, lavoro e soprattutto di sopravvivenza. In occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne le Nazioni Unite – che ha identificato il degrado ambientale come una minaccia per la sicurezza umana globale – ricordano che le donne e le ragazze sono in media 14 volte più a rischio di perdere la vita a causa di disastri naturali provocati dal cambiamento climatico. Ad esempio, il 70% delle vittime dello tsunami nel 2004 erano proprio donne, così come il 90% delle 140 mila persone decedute per l’alluvione che ha colpito il Bangladesh. La loro esposizione ai pericoli causati da fenomeni estremi è maggiore per una serie di ragioni e non solo ambientali. Alcune sono culturali e sociali. In caso di cicloni, inondazioni e altri disastri che richiedono la necessità di spostarsi velocemente, le donne possono avere meno possibilità di fuggire proprio a causa di regole sociali e religiose che impediscono loro di muoversi in autonomia e da sole. Spesso rimangono indietro per proteggere anziani e bambini. Banalmente anche il vestiario che sono costrette ad indossare, può ostacolarne la fuga. Spesso le ragazze non hanno potuto nemmeno imparare a nuotare, come invece i coetanei maschi, che per questo hanno più probabilità di salvarsi in caso di inondazioni.

Violenze sessuali durante un disastro climatico

Ma gli impatti degli eventi estremi sulle donne vanno oltre la perdita di vite umane. Spesso infatti donne e ragazze dopo un disastro climatico evitano di utilizzare i rifugi sovraffollati per paura di violenze sessuali. Studi recenti hanno infatti evidenziato un legame significativo tra eventi meteorologici estremi (come tempeste, frane e inondazioni) e un aumento dei tassi di violenza sessuale e delle molestie nelle aree colpite. Un problema che si acuisce anche nei periodi di siccità, quando le donne responsabili della ricerca quotidiana di acqua cono costrette ad allontanarsi sempre di più dalle loro casa con un dispendio di tempo, risorse e probabilità di subire aggressioni e violenze. Secondo l’Unicef circa 230 milioni di persone, per lo più donne e ragazze, impiegano più di 30 minuti a viaggio per raccogliere l’acqua da fonti lontane da casa. Sempre le Nazioni Unite hanno calcolato che il tempo che le donne e le ragazze trascorrono trasportando acqua ogni giorno equivale a 22.800 anni.

Meno accesso alle risorse

Poi c’è il fenomeno dei migranti climatici, ossia le popolazioni costrette a spostarsi dopo eventi più estremi per la mancanza, di cibo, lavoro o acqua. Circa l’80% degli sfollati a causa dei disastri naturali sono infatti donne, con conseguenze a lungo termine sull’intera comunità. Spesso infatti sono loro le responsabili della gestione dell’acqua e del cibo. E quando il clima cambia e le risorse scarseggiano, il carico di lavoro per la parte femminile delle famiglie aumenta. In agricoltura la loro forza lavoro rappresenta dal 45 all’80% di tutta la produzione alimentare dei Paesi in via di sviluppo, a seconda della regione: il 90% in molti Paesi africani. Quasi ovunque in queste aree sono escluse dai processi politici e decisionali, privandole di informazioni importanti sui cambiamenti climatici. Tutto questo nonostante il lavoro fornito per soddisfare il bisogno di cibo e acqua alla propria famiglia.

Quando le disuguaglianze diventano emergenze

Per questo il tema dell’impatto di genere del cambiamento climatico è già da alcuni anni sotto la lente delle Istituzioni europee e mondiali, ma basterà a portare dei concreti cambiamenti per così tante ragazze e donne? La Commissione Diritti delle donne e uguaglianza di genere del Parlamento europeo ha chiesto una maggiore attenzione al genere nello sviluppo di politiche legate al clima, mentre già nel 2021 a Parigi, il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Unep) ha organizzato il Generation equality forum con 40 miliardi di dollari di impegno finanziari. L’obiettivo è accelerare l’azione e gli investimenti per la parità di genere entro il 2026. Ma siamo già in forte ritardo.

Chi è più green: l’eco-gender gap

In Europa, donne e uomini si comportano in modo diverso davanti alle questioni ambientali e il fenomeno è stato intercettato, anche a livello nazionale. Secondo un report dell’Istat del 2024 infatti che valutava l’interesse e il coinvolgimento della popolazione sui temi come cambiamento climatico, risorse naturali e atteggiamenti ecocompatibili ha notato che se donne e uomini di avvicinano al problema con pari preoccupazioni, le azioni sono diverse. Le donne cercano di vivere in maniera più etica rispetto agli uomini: il 71% contro il 59%.

Il fenomeno si chiama eco gender gap. “Le differenze più evidenti – si legge nella nota Istat – si colgono soprattutto sui comportamenti di acquisto”. Infatti è il 40,8% delle donne a dichiarare di leggere abitualmente le etichette degli ingredienti rispetto al 28,7% degli uomini. Così come l’acquisto di prodotti bio interessa il 15,9% delle donne e l’11,4% degli uomini. Molto emblematiche anche le abitudini di consumo in relazione alle utenze domestiche. L’attenzione allo spreco di acqua interessa il 70,2% delle donne contro il 64,9% degli uomini, mentre quello di energia il 72,5% contro il 67%.

Gli uomini meno propensi a cambiare le proprie abitudini

Nel 2018, Mintel, una società di ricerca di mercato globale ha messo in relazione la disparità di abitudini rispetto ai temi ambientali con il fenomeno dell’eco gap gender. I dati indicano che pulizia, cibo e salute sono tre sfere di cui si occupano le donne che tendono a mostrare una maggiore attenzione verso le pratiche ecologiche. Un’attenzione quotidiana che le rende più sensibili anche alle novità green, come packaging e materiali riciclabili. Ma tendono a essere più coinvolte anche nelle pratiche ecologiche casalinghe, come il riciclo, la riduzione del consumo e l’adozione di stili di vita a basse emissioni. Al contrario, gli uomini, pur riconoscendo l’importanza della sostenibilità, sono più propensi a investire in tecnologie che promettono di risolvere i problemi ambientali piuttosto che modificare il proprio comportamento quotidiano.

Verso un futuro più equo

A spiegarci quanto sia fondamentale ci sia una collaborazione tra uomini e donne per affrontare le sfide ambientali è una piccola ricerca condotta in Svezia che dice chiaro: gli uomini hanno un maggiore impatto sul Pianeta rispetto a quello delle donne. Lo studio condotto da Ecoloop e dalla Chalmers University, in collaborazione con l’Università di Groningen, Paesi Bassi, ha calcolato come lo stile di vita maschile provochi il 16% in più di emissioni di quello femminile. Secondo gli autori dello studio dunque il riscaldamento globale provocato dalle attività umane è trainato di più dagli uomini che dalle donne. Allora che fare? Sperare che l’eco gender gap da solo si assottigli con il passare degli anni forse non basta. L’Onu che tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile (al quinto punto) ha inserito un focus sulle disparità di genere. Sperando che insieme, uomini e donne possano lavorare per un mondo più sostenibile. Riuscirci sarà una delle sfide per il futuro di tutti.