L’alba si insinua nel fitto fogliame disegnando spiragli di luce. Le sfumature del verde cambiano a ogni passo, mentre il torrente gorgoglia fra le radici nodose, portando con sé un sussurro che risuona nella valle.
Qui, nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, uno dei meglio conservati in Europa, sede delle faggete vetuste e della riserva di Sasso Fratino, patrimonio dell’Unesco, prende forma la mostra Paesaggi assoluti di Roberto Ghezzi, che aprirà il 13 dicembre al Castello di Poppi, nei pressi di Arezzo.
Tra corsi d’acqua e radure
Per realizzare le sue opere, l’artista ha anzitutto individuato, all’interno del bosco, luoghi specifici in cui documentare l’azione di sedimenti, acqua, felci, cortecce. Lo scorso luglio ha, quindi, posizionato le tele, che sono rimaste esposte per circa due mesi, tempo necessario affinché la materia organica potesse imprimere le proprie tracce. In settembre le ha recuperate, procedendo poi con la lavorazione in studio, preludio all’allestimento nelle sale.
Il valore scientifico del progetto
Oltre ad avere una valenza estetica, l’iniziativa ha un’importanza scientifica, rappresentando un efficace esempio di contaminazione dei saperi. Lo sottolinea anche Daniele Viciani, professore associato di Botanica ambientale e applicata all’Università di Firenze, nei testi di accompagnamento al progetto.
“Nel territorio del Casentino, elementi mediterranei e centro-europei si sovrappongono creando un’estrema varietà degli habitat e una grande biodiversità, con oltre mille specie vegetali”, spiega il docente. “In tale contesto, l’intervento artistico costituisce una matrice di raccolta dati d’interesse biologico, una vera e propria sintesi materializzata dell’ecosistema locale”.
Il concetto di Naturografia
Quest’ultimo lavoro espositivo si inserisce, al pari dei precedenti, nel filone della cosiddetta Naturografia, idea espressiva maturata da Ghezzi all’inizio degli anni Duemila, nella quale è la natura stessa a “disegnare”, generando lentamente un’immagine spontanea.
In pratica, l’artista tratta i supporti, fatti di carta, cotone, lino, con reagenti fotosensibili e li colloca nell’ambiente: un fiume, una riva, un prato, un monte. Le superfici restano all’aperto per settimane, mesi, a volte anni, esposte a fango, polveri, alghe, microrganismi, sole, pioggia. Così gli elementi naturali agiscono, stratificano, modificano, lasciando i loro segni e generando una creazione senza intervento umano. Giunto il momento opportuno, Ghezzi recupera i pannelli e li stabilizza attraverso una procedura tecnica.
“Parto sempre dalla voce di un luogo, alla quale devo consentire di esprimersi”, dichiara il pittore. “Credo che le mie opere siano metamorfosi quotidiane e perenni, in quanto create con e attraverso il paesaggio, nel tempo. La realtà è inafferrabile e, quando si prova a fissarla, è già altrove”.
Il percorso dagli esordi a oggi
Alle spalle di questa originale concettualizzazione, c’è un percorso iniziato alcuni decenni fa, che ha condotto l’artista fino a oggi. Dopo la formazione all’Accademia di Belle Arti del capoluogo toscano e l’apprendistato nel laboratorio del padre scultore, Ghezzi debutta negli anni Novanta, imponendosi come giovane talento della pittura di paesaggio tradizionale. La svolta avviene nel 2017 quando, dopo studi e numerose prove sul campo, presenta le sue opere inedite nell’esposizione Physis. I codici dell’invisibile, che segna l’affermazione delle Naturografie come suo tratto distintivo. Grazie a queste ultime, diventa pioniere dell’arte ambientale, ottenendo importanti riconoscimenti.
Nel frattempo, travalica i confini nazionali, immergendosi negli angoli più remoti del globo, tra cui Alaska, Islanda, Sudafrica, Norvegia, Patagonia, spesso in collaborazione con gruppi accademici o con scienziati del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), che hanno più volte offerto il patrocinio alle sue realizzazioni. Un modo per sostenere e amplificare il messaggio delle sue tele viventi, che ci invitano ad ascoltare il Pianeta, lasciando che sia lui stesso a parlare alle nostre coscienze.