Le piante dividono: studiosi contro appassionati. Sono due mondi spesso distanti, che si guardano con sospetto reciproco. In realtà ricercatori, pollici verdi e botanici delle domenica hanno molto da condividere. Lo spiega la biologa di fama internazionale Paola Bonfante, professoressa emerita dell’Università di Torino e Accademica dei Lincei, nel libro fresco di stampa Piante, noi e loro (il Mulino, 2026). Un intreccio tra scienza, mito, arte e vita personale per esplorare il legame profondo, e spesso frainteso, tra esseri umani e mondo vegetale. Un punto di contatto che non passa per forza dal giardinaggio o dalla cura del verde.
Ho la sensazione che la maggior parte dei botanici non abbia nemmeno una pianta in casa, come lo spiega?
“È naturale che sia così: un veterinario non deve per forza possedere un animale domestico per fare bene il suo lavoro. Peraltro la conoscenza del genoma di una pianta non comporta vantaggi automatici per la sua coltivazione sul balcone o in giardino”.
Lei ne ha in casa?
“Principalmente piante da appartamento perché vivo nel centro storico di Torino. Ma non dipende certo dalla professione”.
Quali sono i punti di condivisione sui quali appassionati e scienziati possono dialogare senza litigare?
“Ci sono temi legati alle piante che ricorrono nella storia dell’umanità. Per esempio la metamorfosi, dalla ninfa Dafne che per sfuggire alle avances di Apollo, come racconta Ovidio, si trasforma in un arbusto di alloro. Nell’opera dell’artista tedesco Anselm Kiefer dedicata alla ninfa l’albero diventa un simbolo di resistenza femminile, mentre in biologia il cambiamento graduale è alla base dalle leggi dell’evoluzione di Darwin.
Anche la filosofia offre nuovi spunti di dialogo?
“Certo, il filosofo Emanuele Coccia parla di piante e animali che convivono in un atmosfera, il pneuma o respiro del mondo. È un’espressione efficace se pensiamo anche all’impatto positivo che il verde può avere nelle aree urbane”.
Nel libro sostiene che per gli scienziati ci siano ancora degli argomenti tabù nel dibattito sulle piante. Quali sono?
“Sono argomenti che attribuiscono una moralità alla natura sostenendo che le piante abbiano un comportamento buono o forme di comunicazione e di intelligenza simili a quelle umane. In un convegno sui diritti delle piante ero circondata da antropologi che non avevano dubbi circa l’autonomia decisionale di un organismo vegetale”.
Un altro argomento off-limits è il cosiddetto Wood Wide Web, una rete sotterranea che consentirebbe alle piante di comunicare tra di loro per difendersi da parassiti o catastrofi ambientali.
“Il WWW dei boschi ha tanto successo di pubblico ma in realtà è un fenomeno limitato. Inoltre, un processo cooperativo tra piante, come la segnalazione di allarme, non ha finora avuto una dimostrazione sperimentale sicura”.
Ammetterà che molti di questi tabù, come li chiama lei, in Italia hanno contribuito comunque ad avvicinare migliaia di persone al mondo delle piante e alla cura del verde.
“È vero ed è un grande merito ma bisognerebbe interpretarli come metafore, al contrario si rischia solo di aumentare le distanze con la ricerca”.
Un campo comune ancora inesplorato è legato alla dieta vegetariana e vegana, perché?
“La maggior parte delle persone che seguono un regime alimentare del genere non ha alcun interesse verso le piante. All’origine di questa scelta spesso ci sono argomentazioni che non coinvolgono la conservazione del patrimonio naturale. Considero i vegetariani una risorsa potenziale ma ancora inespressa per creare un legame più stretto tra scienza e società”.
L’eco-femminismo, al contrario, mantiene ancora una forte impronta legata alle piante, cosa significa?
“L’idea della stregoneria associata alla donna che conosce a fondo le erbe selvatiche, rispetto all’uomo che ne seleziona le varietà per l’agricoltura, è un cliché che il femminismo non ha mai rinnegato perché questa forma di conoscenza non codificata è un fattore di identità di genere. Personalmente ho delle idee un po’ diverse ma è una tradizione che prosegue ancora oggi se pensiamo che nel 2015 la chimica cinese Tu Youyu ha vinto il premio Nobel per la medicina grazie a un farmaco per la malaria derivato dall’Artemisia, un arbusto spontaneo che cresce in tutto il mondo”.