La popolazione esposta ai rischi idrogeologici è raddoppiata dal 1975 ad oggi. E le frane mortali si concentrano negli ambienti nei quali è più visibile la mano dell’uomo. Ancora: i Paesi a basso reddito sono quelli più vulnerabili. Nuove evidenze sugli effetti del cambiamento climatico arrivano dallo studio di un team internazionale di ricercatori che ha coinvolto le università di Vienna e Ankara, l’Istanbul Technical University, la Bursa Uludag University e l’Helmholtz Centre for Geosciences, appena pubblicato su Science Advances.
“Nonostante la percezione diffusa - sottolineano i ricercatori - i cambiamenti nello sfruttamento e nella copertura del suolo hanno un’influenza significativamente maggiore sulla densità di frane mortali e sul numero di vittime rispetto a fattori fisici come la topografia e le precipitazioni, soprattutto nei paesi a basso reddito”.
Lo studio è partito da una domanda cruciale della contemporaneità: perché le frane sono più letali in alcune regioni rispetto ad altre, con terreni e condizioni climatiche e meteorologiche analoghe? Non v’è dubbio, del resto, che le frane siano oggi tra le calamità naturali più distruttive: causano in media oltre 4.500 morti e circa 20 miliardi di dollari di danni ogni anno.
E le risposte sono chiare e inequivocabili: la crescente pressione antropica sugli scenari naturali, che si traduce nel disboscamento, nella conversione agricola e nella costruzione di strade, minacciando gli equilibri orografici, ingigantisce la vulnerabilità dei territori, con una incidenza maggiore per le persone più svantaggiate dal punto di vista socioeconomico.
Per dimostrarlo, i ricercatori si sono concentrati sulle aree montuose di 46 Paesi, suddivisi in base ai livelli di reddito nazionale. Hanno analizzato un gigantesco insieme di dati che copre circa 60 anni di cambiamenti nell’uso e nella copertura del suolo e 45 anni di dinamiche demografiche. Il team ha introdotto una nuova metrica per quantificare le alterazioni complessive causate dall’uomo, integrandola con modelli di topografia, livelli di precipitazioni ed esposizione ai fenomeni estremi.
I risultati sono sorprendenti: mentre i Paesi ad alto reddito hanno modificato solo il 7% dei loro paesaggi montani, i Paesi a basso reddito hanno cambiato fino al 50% della copertura del suolo nelle loro aree montuose, con evidenti esempi di deforestazione, espansione di terreni agricoli e infrastrutture. Fatalmente, in Paesi come Haiti, Sri Lanka ed El Salvador, questi profondi cambiamenti sono risultati correlati a un aumento delle frane mortali e del numero di vittime.
“Viceversa, in Svizzera, Giappone e persino in Italia, malgrado la predisposizione alle frane e condizioni climatiche instabili, la correlazione con il numero di vittime è risultata più debole”, annota uno degli autori, Ugur Öztürk dell’Università di Vienna. Va anche sottolineato, però, che i Paesi economicamente svantaggiati “devono spesso affrontare anche una forte pressione demografica, a differenza delle nazioni più ricche”, come rileva l’autore principale dello studio, Seckin Fidan dell’Università di Ankara. “Si tratta di pressioni che portano a un rapido sfruttamento di fragili aree montane per l’agricoltura, abitazioni informali e infrastrutture di base”, aggiunge.
Non vi è dubbio che i Paesi che riescono a mantenere bassi livelli di alterazione del territorio registrino un numero inferiore di vittime da frane, anche se sono fortemente esposti a questo rischio. “Un intervento umano limitato nell’uso del suolo nelle regioni montuose riduce il rischio di frane mortali”, sottolineano i ricercatori. “Una pianificazione sostenibile dell’uso del suolo – concludono - è essenziale per ridurre i rischi e salvare vite, soprattutto nei Paesi a basso e medio-basso reddito”.