“Giustizia e sostenibilità sono i pilastri da tenere insieme e alimentare costantemente per rispondere a disuguaglianze, esclusione e conflitti. Giustizia e sostenibilità che diventano sinonimi di pace, in questo nuovo tempo della storia”. Così Giuseppe De Marzo scrittore, attivista, ecologista, responsabile dell’associazione “Rete dei numeri pari” esce in libreria con un saggio L’Internazionale della Terra (Minimum Fax, 2026). Un giorno che non è stato scelto a caso perché proprio il 24 aprile prende il via a Santa Marta, in Colombia, la prima Conferenza internazionale sull’abbandono dei combustibili fossili. Fino al 29 aprile sessanta Paesi (tra cui l’Italia) cercheranno di dare forma a quel transitioning away from fossil fuels scolpito nel testo adottato alla Cop28 in Dubai che, nei fatti, è però rimasto lettera morta. Anche dopo Cop30 a Belém dove il mondo, di nuovo, non è riuscito a trovare un’intesa. Ma dopo quel negoziato la questione è comunque rimasta centrale, aggravata dalla guerra in Iran che ha provocato un nuovo allarme energetico. Il terzo in un decennio, dopo la pandemia e la guerra in Ucraina.
In questo contesto si apre questo importante appuntamento di diplomazia climatica. Ed è la prima volta che accade al di fuori delle Conferenze delle parti sul clima, ma non si pone in contrapposizione, ma a complemento. Un momento fondamentale per la definizione di quella roadmap per dire addio ai fossili. E il saggio di De Marzo (con la prefazione di Tomaso Montanari e la postfazione di Vandana Shiva) spiega perché proprio quella che si sta vivendo in Colombia, una conferenza pensata come un processo inclusivo, con il coinvolgimento della società civile, sia davvero l’unica strada possibile. Perché la transizione non può essere calata dall’alto sui popoli. “A questo serve l’Internazionale della Terra: ad alimentare l’azione globale tenendo insieme gli obiettivi regionali, nazionali e locali con quelli internazionali. Facendoci sentire parte di una comunità di destino che si batte per tutte le comunità della Terra”, scrive l’autore.
Un mondo che contiene altri mondi
Il libro va oltre la semplice analisi della crisi climatica per inserirla in un quadro più ampio e sociale che analizza anche quanto sta accadendo nel mondo: “Perché senza un’equa distribuzione a livello globale dell’accesso alle risorse e delle opportunità, avremo uno stato di guerra permanente”. A oggi sono 56 i conflitti nel mondo, mai così tanti dopo la Seconda guerra mondiale.
De Marzo, che riesce a tenere insieme diversi livelli di analisi, chiarisce fin dalle prime pagine la sua posizione: la crisi ambientale a cui stiamo assistendo è causata dal nostro modello economico e culturale. “I governi sono da tempo consapevoli che, se per la fine del secolo non riusciremo a contenere l’aumento della temperatura entro 1,5°, andremo incontro a disastri incalcolabili. Ciononostante, continuano a emettere le stesse quantità di sostanze climalteranti. Non ci sono soluzioni possibili all’interno dell’attuale sistema, questo ci dice la realtà dei fatti. Per questo l’unica strada possibile è cambiare sistema”. Da quei nasce l’idea di una “Internazionale della Terra”, una cooperazione tra cittadini, attivisti di tutto il mondo. Anzi come lo definisce l’autore “Un mondo che contiene molti mondi”.
Senza cercare alcuna neutralità, il saggio - che ripercorre la complessità degli eventi che hanno portato alla condizione di oggi - ha un’impostazione di attivismo militante. La critica al capitalismo e al sistema dei crediti di carbonio (“per le aziende è un’opportunità di maggiore guadagno, ottenuto, per giunta, migliorando la propria immagine”); la corsa al controllo delle risorse, e la feroce competizione per la conquista dei mercati e l’illusione che siano le tecnologie lo strumento con cui risolveremo la crisi ecologica. “Possono esserci sicuramente utili, ma saremo efficaci solo se diminuiremo la nostra impronta ecologica, ridurremo le emissioni, distribuiremo meglio la ricchezza, creandone di nuova in settori ad alta intensità di lavoro, cambiando politiche fiscali, industriali, energetiche, commerciali”.
Non è vero che le cose non si possono cambiare
A patto di avere il coraggio e la coerenza di sostenere un modello economico e culturale diverso. La riconversione ecologica richiede un cambiamento culturale che si fonda su una revisione non solo degli stili di vita, ma delle produzioni e dei consumi complessivi, ci spiega Giuseppe De Marzo. Ma non basta fare leva su comportamenti singoli, perché non sono sufficienti a dare una svolta: deve esserci anche una riconversione culturale e politica che deve essere “pianificata (pubblica), inclusiva (giusta per i lavoratori e le lavoratrici), equa (pagata da chi più inquina), partecipata (vanno coinvolte comunità e saperi locali) e decentrata. E va portata avanti attraverso le leve degli investimenti pubblici, del lavoro di cittadinanza e con la socializzazione delle infrastrutture strategiche tra paesi e municipi”. Altrimenti ci saranno quelli che l’autore chiama gli effetti “collaterali” del nostro sistema economico: “Decine di milioni di morti all’anno, l’aumento dei conflitti sociali e delle guerre, la crescita delle disuguaglianze e delle ingiustizie ambientali, l’aumento delle malattie e delle emissioni climalteranti responsabili delle principali cause di morte, la riduzione della biodiversità, decine di milioni di rifugiati climatici, il rischio di estinzione della nostra specie”.
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L’ecologia delle relazioni
Organizzare e aggregare comportamenti collettivi è il tema centrale della riconversione, se vogliamo incidere nella realtà. La Conferenza internazionale in Colombia è l’esempio da seguire. Perché i problemi climatici e ambientali non solo sono complessi ma sono globali e interconnessi. L’aggregazione aumenta l’impatto, facilita la condivisione di conoscenze e risorse. De Marzo invita a guardare anche ai movimenti collettivi che possono spingere i governi e le aziende ad agire su temi come la transizione energetica, il cambiamento climatico e la tutela della biodiversità. La cooperazione rafforza il senso di responsabilità e di appartenenza e porta un altro esempio concreto di come si può agire per incidere e cambiare le cose: un’azione spontanea dal basso, alimentata dalla forza dell’etica delle relazioni e dal principio di solidarietà. “Nessuno avrebbe mai immaginato l’impatto a livello globale della Flotilla, nonostante una massiccia campagna contro e l’assenza di sostegno istituzionale. Eppure, è successo qualcosa di mai visto prima”.
E poi la solidarietà, fondamentale per costruire relazioni solide non basate al potere. “Tutte le lotte globali richiedono solidarietà internazionale. La solidarietà è la virtù dei tempi difficili, come sosteneva Stefano Rodotà”. Mondi che contengono tanti mondi. Serve fare un salto di qualità per creare una nuova civiltà fondata sull’ecologia delle relazioni. Oppure come ci dice alla fine Vandana Shiva attivista e ambientalista indiana: “La speranza non ci è data: la creiamo. La coltiviamo attraverso le relazioni che costruiamo e i mondi che generiamo insieme. Siamo biodiversità. Siamo jīva – esseri viventi. Siamo Terra”