Della deludente Cop30 di Belém (soprattutto in virtù delle aspettative alimentate dalla presidenza Brasiliana) si ricordano due fatti. Il primo di cronaca: l’incendio che a 24 ore dalla fine dei negoziati costrinse all’evacuazione della cittadella prefabbricata che ospitava la trentesima Conferenza Onu sul clima. La seconda notizia di quei giorni di novembre fu che un gruppo di Paesi, guidati da Colombia e Olanda, aveva deciso di darsi appuntamento la primavera successiva, per parlare di come uscire dai combustibili fossili. Un modo forse per esorcizzare la frustrazione di chi sa che per contrastare il riscaldamento globale l’unica via sarebbe quella di rinunciare il prima possibile a carbone, petrolio e gas, ma che nelle Cop vede ostacolato dalla lobby del petrolio qualsiasi tentativo in quella direzione.
Ed eccoci dunque alla vigilia dell’incontro di Santa Marta, località colombiana che si affaccia sul Mar dei Caraibi dove, dal 24 al 29 aprile, andrà in scena la “Prima conferenza sull’uscita dai combustibili fossili”. In realtà, la formula usata è quell’acrobazia lessicale che permise di trovare un accordo alla Cop28 di Dubai, quando perfino l’Arabia Saudita accettò di includere nel testo finale, per la prima volta in 28 edizioni della Conferenza Onu, l’espressione “combustibili fossili” preceduta da transitioning away.
Un contesto globale complesso
L’ambiguità della formula, ma soprattutto le vicende geopolitiche degli ultimi anni (dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca al conflitto in Medioriente), non hanno fatto fare progressi alla decarbonizzazione delle economie mondiali, nonostante l’impegno preso a Dubai. Anzi, molti Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno innestato la retromarcia. Per questo a Belém c’è chi ha sentito la necessità di trovare una strada, se non alternativa, parallela alle Cop, per mettere insieme chi crede sia urgente abbandonare i combustibili fossili. “L’obiettivo della Conferenza”, spiegano gli organizzatori, “è avviare un processo concreto attraverso il quale una coalizione di Paesi possa individuare e promuovere percorsi che consentano di attuare una transizione progressiva verso l'abbandono dei combustibili fossili, creando società ed economie sostenibili”.
La battaglia cruciale tra petro-stati ed elettro-stati per una transizione energetica globale
Anche l’Italia andrà a Santa Marta
Tra le 46 nazioni che hanno aderito ufficialmente, ci sono naturalmente le delegazioni dei Paesi che l’hanno proposta: Colombia e Olanda. Nutrita la pattuglia europea, con Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Il nostro governo sarà rappresentato da Francesco Corvaro, Inviato speciale per il clima: “Sarò in Colombia in sostituzione del ministro Pichetto Fratin. Ai lavori parteciperà anche la Commissione europea, ma al momento non ci è stato comunicato se al livello più alto, con il Commissario al clima Woepke Hoekstra”. Secondo Corvaro, lo scopo del summit di Santa Marta è abbozzare una roadmap che conduca alla “transition away” dai combustibili fossi. “La speranza è che sia pronta già per la Cop31 di Antalya, o al più tardi per quella dell’anno prossimo che si terrà in Etiopia, in modo da farne un oggetto di discussione tra tutte le parti e non solo tra chi è già pronto ad abbandonare i fossili”. Tra le nazioni sudamericane, ci sarà anche il Brasile, segno che l’appuntamento di Santa Marta non è vissuto come una “rivincita” per una Cop30 non riuscita. Al contrario, le autorità colombiane la presentano come “uno spazio complementare a quelli dell’agenzia Onu per il clima (Unfccc), che possa contribuire formalmente alla tabella di marcia della Presidenza della Cop30, accelerandone al contempo la realizzazione pratica”.
"La cooperazione è fondamentale”
Non a caso, proprio mentre iniziano a Berlino i Petersberg Climate Dialogue che vedranno riuniti intorno a un tavolo i ministri di oltre 40 Paesi, il segretario esecutivo della Unfcc Simon Stiell ha lanciato un appello all’unità nella lotta alla crisi climatica: “Quest'ultima guerra in Medioriente ha ulteriormente fatto crescere i costi dei combustibili fossili, che rimarranno elevati per mesi e probabilmente anni a venire, infliggendo un duro colpo a ogni nazione e a miliardi di famiglie. La cooperazione sul clima è fondamentale per scongiurare la doppia minaccia del riscaldamento globale e del caos dei costi dei combustibili fossili. L'energia pulita offre sicurezza e accessibilità economica, restituendo la sovranità alle nazioni e ai loro popoli. La necessità di accelerare l'azione non è mai stata così evidente”.
I grandi assenti
Nel tentativo di “accelerare l’azione”, a Santa Marta ci saranno anche molte delegazioni africane e di Paesi in via di sviluppo. Cosi come nazioni asiatiche e del Pacifico, tra le più minacciate dall’innalzamento dei mari: Fiji, Maldive, Isole Marshall, Palau, Papua Nuova Guinea, Vanuatu. Si fa notare la presenza di alcuni grandi produttori/esportatori di combustibili fossili: oltre al già citato Brasile, Canada, Norvegia e Australia (co-presidente della prossima Cop che si terrà novembre in Turchia). Mancano invece Russia, Paesi del Golfo e ovviamente gli Stati Uniti di Trump, che hanno perfino rinnegato l’Accordo di Parigi. Magra consolazione: ci sarà la California. Non voleranno in Colombia nemmeno i rappresentanti di due Paesi grandi emettitori di CO2 come Cina e India. Ci si aspetta invece una grande adesione dei movimenti e della società civile. In Italia, una vasta rete di organizzazioni ha deciso di attivarsi per sostenere questo appuntamento “cruciale per il futuro climatico globale”: ong ecologiste, movimenti e sindacati (A Sud, CGIL, Ecora, Extinction Rebellion Italia, Fridays for Future Italia, Greenpeace Italia, Legambiente, Osservatorio Parigi, Per il clima fuori dal fossile, VAS – Verdi Ambiente e Società, WWF Italia) hanno inviato un appello a deputati, senatori ed europarlamentari italiani chiedendo “un impegno chiaro e coerente sull’uscita dai combustibili fossili e un ruolo attivo dell’Italia e dell’Unione europea nel rafforzare l’ambizione climatica internazionale”.